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  • Ominiteismo e Demopraxia
    manifesto di Michelangelo Pistoletto, 2012-2016
     

    Michelangelo Pistoletto

    Ominiteismo e Demopraxia



     



     

     


     
     

    Questo è il mio ultimo manifesto.
    Il manifesto di un essere umano, in un punto dello spazio e del tempo.
    Un essere in parte naturale e in parte artificiale. Naturale in quanto formato dalla natura e artificiale in quanto formato dall'Arte.
    Un essere umano fatto ad Arte.
    L'intento è quello di riconsiderare i fondamenti della costruzione socio-culturale, specificatamente la religione e la politica, rileggendoli attraverso il nuovo binomio: Ominiteismo e Demopraxia. La mia convinzione è che la democrazia (1) non possa coesistere con i dogmi monoteistici. Per dimostrarla, intendo seguire la direzione tracciata dal solco dell’Arte. L’Arte dà origine a tutti i sistemi che nel tempo hanno organizzato la società umana. È l’Iniziazione primaria. La prima opera d’Arte risale all’impronta di una mano sulla parete di una caverna: l’impronta della mano non è la mano, ma la rappresentazione, dunque il concetto, della mano fisica. Con la nascita del concetto, si ha l’origine del pensiero umano.
    Il segno della mano è il guado fra l’animale inconsapevole e l’animale consapevole, fra il non umano e l’umano. Da allora, ogni atto iniziatico riconferma e celebra questo primordiale passaggio. La portata dell’opera di quell’artista ignoto è incommensurabile per due ragioni: la prima, essa dà origine al linguaggio segnico che permette la comunicazione del pensiero. Infatti, nelle caverne le impronte delle mani si moltiplicano e si raggruppano a rappresentare, in embrione, la società. Seconda cosa, fra la realtà e la virtualità della mano, l’Arte apre le porte dell’ignoto e sviluppa la sfera dell’immaginario, che cresce fino a diventare un universo interamente metafisico. Pensiamo questo universo metafisico come un Arco Spirituale. La religione ne ha preso pieno possesso, dando risposte a tutto con l’autorialità divina, pretendendo così il monopolio dell’ignoto. Nell’ignoto, la scienza muove la sua ricerca. Ma rispetto alla religione, procede attraverso risposte provvisorie e relative. L
    ’Arte contiene l'ignoto nell'arco metafisico-spirituale e comprende in esso sia la religione che la scienza. La religione e la scienza esistono in quanto partorite dall’Arte, con il primo segno nella caverna primordiale. Da allora, l’Arte non ha mai smesso di partecipare alle avventure dell’umanità, accompagnando in ogni passaggio l’organizzazione della società fino a rendersi complice del potere.
    Alla metà del ventesimo secolo l’artista, a seguito di un processo di autoanalisi dell’arte, giunge a una totale autonomia. Smette di essere mano comune e diventa mano individuale. Fa propria l’impronta originaria, trasformandola in un suo segno soggettivo. Così assume la massima libertà personale e altrettanta responsabilità nei rapporti con la società. Personalmente, eredito questa responsabilità e le attribuisco nuova funzione. Tale funzione consiste nel trasmettere l’autonomia che l’artista moderno ha sviluppato con il proprio segno, a ogni singola persona, perché questa arrivi a maturare un’autonomia di pensiero e una responsabilità attiva nella convivenza umana.
    Nel 1978 con il manifesto “L’Arte assume la Religione”, affermavo: “... L’Arte assume la Religione vuol dire che l’Arte fa dichiaratamente propria quella parte rappresentata dalle strutture che amministrano il pensiero, come la religione. Questo non per sostituirsi a esse, ma per sostituire a esse un diverso sistema di interpretazione destinato a estendere nella gente la capacità di esercitare autonomamente le funzioni del pensiero”.
    Nell’esercizio di queste funzioni, si intreccia il rapporto fra Arte, Spiritualità e Politica.
    Il Manifesto di Ominiteismo e Demopraxia nasce come conseguenza di questa mia ricerca, iniziata sessanta anni fa, attraverso la sostituzione della mano con lo specchio, inteso come estensione massima della virtualità a fronte della realtà.
    Sono arrivato allo specchio nella ricerca della mia identità. Chi sono? Cosa sono? Come posso attraverso l’Arte identificare la mia esistenza? Poiché provengo da una cultura artistica totalmente raffigurativa, ho assunto la mia persona come immagine da identificare. Per far questo ho utilizzato il metodo dell’autoritratto, che richiede l’uso dello specchio. l’ immagine di me stesso, ritratta a dimensione naturale, è rimasta fissa nel quadro, mentre il fondo che la circonda è diventato specchio. Nello specchio divenuto opera d'arte è entrato il mondo, quindi il mio autoritratto è diventato l’autoritratto del mondo. l’artista attraverso di sé scopre l’altro da sé. l’identità della mia immagine fissata corrisponde all’identità di qualsiasi altra persona, che guardandosi nello specchio, compie lo stesso mio processo identitario. Tutti insieme dentro lo specchio, possiamo veri-ficare l’intero esistente fisico che sta davanti allo specchio. Gli esercizi di veri-tà qui di seguito fanno parte di questa verifica.
    Propongo, perciò, di condividerli.
     

    Esercizi di verità

    Lo Specchio
    Qual è la funzione dello specchio?
    Riflettere ciò che ha di fronte.
    Se nessuno osserva lo specchio, lo specchio esiste? 
    La risposta è no. Lo specchio esiste solo nello sguardo e nel pensiero di chi lo osserva. La funzione dello specchio è imprescindibile dal processo mentale che restituisce il concetto del reale. Lo specchio riflette te stesso ed esiste perché ti rifletti in esso. Solo l’esercizio del pensiero fa funzionare lo specchio. Lo specchio esiste unicamente se ti riconosci in esso. 
    Lo specchio è una protesi ottica che il cervello usa per interrogarsi e conoscersi.

    Il mistero
    Cosa nasconde lo specchio?
    Lo specchio cela dei misteri?
    Lo specchio non ha segreti né misteri, perché non nasconde nulla della realtà che ha di fronte. Lo specchio ci allerta su qualsiasi interpretazione che arbitrariamente diamo della realtà. Qualsiasi segno utilizziamo per descrivere il nostro pensiero, come una riga, un punto, un colore, una parola, un’immagine, o anche altre forme di rappresentazione, non può dare garanzia di verità, dunque può mentire. Lo specchio riporta le immagini delle cose che ha di fronte esattamente come sono. 
    Quindi non mente.
    Lo specchio è la verità sulla realtà.
    La parola verità implica, infatti, la verità su qualcosa. 
    Lo specchio è la verità sulle cose. 
    Lo specchio, dunque, è già sintomo di verità. 

    L’illusione 
    Ma lo specchio non è illusione? 
    Innanzitutto, lo specchio in esame è perfettamente regolare e non deformante. 
    La nostra percezione dello specchio può, tuttavia, essere adombrata dalla cultura che ci ha preceduti e formati. Vi sono condizionamenti culturali che distorcono lo specchio. Se lo si vuole vedere limpidamente, bisogna togliere queste ombre e imparare a leggerlo. 
    Lo specchio è sempre stato considerato un elemento magico perché cattura l’immagine della persona, rendendola intangibile e inafferrabile. La magia alimenta la superstizione, secondo la quale frantumare lo specchio è infrangere la propria identità e la certezza di esistere. 
    Io ho spaccato pubblicamente lo specchio per reintegrarlo al di là delle superstizioni. 

    Relatività e Assoluto 
    Esiste l’assoluto? 
    Sì, ma è relativo. 
    La vita vista allo specchio ci appare totalmente compresa nel fenomeno della relatività. I flussi che portano a formare un’immagine nello specchio sono incalcolabili. Le figure arrivano da ogni parte, si avvicinano, si congiungono, si intrecciano e si dissolvono. Nello specchio, nessuna forma risulta privilegiata, la combinazione delle immagini avviene attraverso una casualità senza fine, che genera il fenomeno della relatività. Lo specchio testimonia che la relatività è totalizzante. L’assoluto, infatti, non esiste di per sé, staccato, distinto e diversificato dalla relatività, perché questa occupa tutto il tempo e lo spazio. L’assoluto, dunque, è la relatività stessa. Questo è uno dei principi offerti dalla verità dell’opera specchiante: la relatività è assoluta poiché non ha termini di paragone. 

    Caso e Caos 
    Qual è la differenza fra caso e caos? 
    Il caso è la puntualità massima, mai in anticipo né in ritardo, esattamente come ogni istante che si configura nello specchio. Il caso, letto allo specchio, è il principio che combina tutte le immagini, attivando la relatività. Il caso non si verifica una volta sola, ma sempre e ovunque, costituendo il vortice del caos. L’imponderabilità della scena nello specchio rappresenta il caos, che non è disordine, bensì l’unico ordine possibile. La singolarità di ogni caso è compresa nell’immane vortice del caos. 
    Il caso può essere simboleggiato fisicamente da una sfera buttata fra la gente. Molti inizieranno a farla rotolare, dando avvio al gioco. Le azioni di gioco, infatti, sono volte a indirizzare il caso verso la meta che ciascuno si prefigge, in un confronto serrato fra giocatori antagonisti: dal tennis al calcio, fino all’azzardo della roulette in cui l’avversario è il caso stesso. Il gioco è, quindi, il tentativo di esercitare una coercizione sul caso. Così come si tenta di indovinare il numero che uscirà al tavolo della roulette, sperando in una vincita miracolosa, allo stesso modo ci si affida al caso per una guarigione prodigiosa. Oltre che ad affidarsi al caso, bisognerebbe imparare a usarlo. 

    Vita e Morte 
    Lo specchio dà indicazioni sulla questione vita e morte? 
    Lo specchio dice la verità su vita e morte. Ogni immagine che appare immediatamente scompare. Essa prende il posto dell’immagine precedente, cedendolo alla seguente. Così ogni immagine che nasce, contemporaneamente muore. L’incessante dinamica di nascita e morte si concentra in ogni attimo della nostra esistenza e si estende prima e dopo la nostra esistenza stessa. Lo specchio riflette sempre il presente, in cui nascita e morte sono inscindibili, ma contemporaneamente riflette anche la continuità della nostra presenza oltre l’istante. Come se fosse un film girato in presa diretta, noi ci vediamo muovere ed esistere, per il tempo di quella che chiamiamo Vita. 

    Il possibile
    C’è qualcosa di impossibile? 
    L’impossibilità è relativa al possibile. 
    Tutto ciò che esiste, viene dal possibile e a sua volta crea possibilità. Il possibile termina quando diventa realtà manifesta. 
    Lo specchio contiene tutto il possibile. 
    L’immagine che oggi si presenta nello specchio, in passato non c’era, ma era possibile. Quello che si vedrà nello specchio in futuro, non c’è ancora, ma è possibile. La mia presenza nello specchio,oggi, era già possibile quando ancora non esistevo. Allo stesso modo qualcuno che nascerà in futuro è già nelle possibilità dello specchio: deve solo venire al mondo. Tutto il passato e tutto il futuro sono un presente possibile nello specchio. 


    Lo specchio davanti e dietro di noi 

    Lo specchio apre davanti a noi l’estensione dello spazio in un continuo presente, e contemporaneamente, riflette noi stessi con tutto ciò che sta alle nostre spalle. Così, siamo anche portati a riflettere la memoria che ci segue. Se poi ci giriamo dando di spalle allo specchio, tenendo presente la conoscenza acquisita attraverso di esso, sappiamo dove stiamo andando. Davanti a noi abbiamo il Terzo Paradiso. 

    Il Terzo Paradiso 
    La parola paradiso viene dall’iraniano Paraidaeza e significa giardino protetto da costruzione di muri circolari, utilizzati nelle zone aride e desertiche per schermare il vento e proteggere la concentrazione dell’umidità necessaria alla crescita dei vegetali. E fecondare una terra sterile. Il concetto di paradiso nasce dunque con l’artificio ed è stato poi utilizzato da cristiani e musulmani per la sua capacità di evocare una condizione di benessere esteso oltre la vita stessa. Perché si è scelto il giardino - paradiso come metafora? Si è scelta questa metafora in quanto è parsa la più idonea a rappresentare la Vita come miracolo. Un’opera concepita dall’essere umano, il giardino, assurge a miracolo divino. Per la religione ebraica, il giardino-paradiso coincide con l’Eden. Il termine Eden viene ricollegato all’ebraico edhen, luogo delizioso, luogo del piacere o di voluttà. Ma anche luogo di pianura in cui scorre molta acqua, o la Mezzaluna fertile. Il cristianesimo riprende successivamente il concetto di Eden, che diventa il paradiso terrestre. Questo è il Primo Paradiso, in cui gli esseri umani considerati privi dell’autonomia di pensiero, si trovano in una condizione paradisiaca in quando estranei alla sofferenza che deriva dal voler capire e dover scegliere. Non essendo loro gli Artefici di quell’Eden, esso è stato attribuito a un Dio onnipotente. La metafora del morso della mela rappresenta il primo momento di autonomia dell’essere umano, e segna l’inizio del Secondo Paradiso. Ora tocca agli umani costruire il mondo, questo mondo artificiale che nel tempo si è formato sempre più compiutamente. Rischiando anche la catastrofe. Questo rischio esiste fin dalla cacciata di Adamo ed Eva dal Primo Paradiso ed è il religioso senso del peccato. L’Homo diviene un unico soggetto, che costruisce il metafisico con lo scopo di arrivare al fisico, impossessandosi delle regole dell’Universo. I
    l Secondo Paradiso è il viaggio dal morso della mela alla conquista scientifica e tecnologica dei nostri giorni. 
    L’Arte ha la responsabilità di avere avviato l’Arco Spirituale che congiunge metafisico e fisico, condiviso nel tempo con la Religione, la Scienza e la Politica. Quanto alla scienza, ormai principale protagonista del mondo artificiale, essa oggi ha toccato traguardi straordinari per il bene comune ma contemporaneamente porta degrado alla natura, in questo pianeta in cui gli esseri umani hanno la loro dimora. L’Arte, oggi, chiede alla scienza di impegnarsi per creare un nuovo equilibrio fra artificio e natura. La mela morsicata, marchio della Apple, ha tramutato un simbolo della Natura in un simbolo di puro artificio. La scienza stessa, in questo passaggio che richiede una vera e propria metamorfosi della società umana, dovrà necessariamente adoperarsi per ricucire il rapporto fra artificio e natura. “La Mela Reintegrata”, che ho disegnato nel 2007, rappresenta questa cucitura. Stando così le cose, l’umanità intera si trova oggi nell’urgenza di concepire un nuovo paradiso. Con l’espressione Terzo Paradiso nominiamo un possibile percorso per l’umanità: un nuovo mondo. Cogliendo la funzione simbolica dell’Arte, ho deciso di proporre un simbolo con il quale rappresentare questo cammino. Tale simbolo è tratto dal segno matematico di infinito, costituito da una linea continua che incrociandosi forma due cerchi. Nel simbolo del Terzo Paradiso, la linea si incrocia due volte, configurando tre cerchi consecutivi. I due cerchi esterni rappresentano tutti gli opposti, fra questi la natura e l’artificio entrati in conflitto. Il cerchio centrale è il luogo dove tocca a noi congiungerli, affinché fecondino il grembo di una nuova società. 
    Il Terzo Paradiso, mettendo a frutto l’età della conoscenza, ci introduce nell’era della responsabilità. 


    Il Percorso 

    Durante una performance, nel 1976, ho scritto sul muro “C’è Dio? Sì, ci sono”. Questa dichiarazione può sorprendere, in realtà è il concentrato delle mie riflessioni, coerenti con lo svolgimento della mia attività artistica. 
    Qui di seguito racconto i passaggi che hanno portato a questa affermazione. 
    Il bambino, fin dal momento della sua nascita, è protetto dalla madre o da chi se ne prende cura. Questo è il Primo Paradiso. Crescendo, conquista mano a mano la propria autonomia e sviluppa la capacità di creare. Nello stesso tempo, perde la protezione materna. Cercando una nuova protezione, ne crea una artificiale. Questo è il Secondo Paradiso. L’umanità segue questo processo, identico a quello del bambino. Nella ricerca di questa protezione, crea Dio. Dunque, Dio è una creazione artificiale. Come la società va di pari passo con la vita di una persona, allo stesso modo la persona va di pari passo con l’andamento della società. La società ormai si sente sempre più protetta dalla scienza che progredisce, e sempre meno legata alla protezione divina. Il bambino, dopo essere stato adolescente religioso, diventa adulto tecnologico. Ora, come artista, sento che tocca all’Arte accompagnarlo nel tempo della maturità, in cui dovrà assumere totalmente la responsabilità della propria protezione, come persona e come facente parte della società. Termina così il tempo della protezione da parte di Dio e della scienza. Ognuno, alla domanda “C'è Dio?”, potrà rispondere “Sì, ci sono”. 
    Questo significa che ognuno è dio, dunque dio non è più uno solo, ritrovandosi in tutte le persone. Al concetto di monoteismo si sostituisce quello di Ominiteismo.
    A chi dovesse associare questo termine a una presunzione di potere da parte dell'essere umano, rispondo che l'umanità nella sua interezza, non ha ragione di esercitare potere su se stessa. Questo potere può essere rivolto verso la natura o verso altri mondi. Ma gli esseri umani hanno già via via esercitato fino ad oggi in un crescendo esponenziale, un potere addirittura devastante sulla natura e sugli uomini stessi, secondo un concetto verticale che nel monoteismo, mette Dio al suo vertice.
    Il termine Ominiteismo significa che la responsabilità di aver creato Dio ricade su chi l'ha creato. E dunque sugli esseri umani. I quali devono indirizzare diversamente la loro capacità di creare, che da ora in poi dovrà svilupparsi fra persona e persona e da qui estendersi all'intera società, affinchè essa attraverso l'Ominiteismo, diventi totalmente demopratica.
     

    Il cambiamento


    Penso che un vero cambiamento della società non possa avvenire che attraverso il superamento della protezione di Dio, o della scienza, per un percorso di autonomia e di responsabilità individuale e collettiva. Se attingo ancora al concetto di teismo, è perché esso è radicato nella cultura umana, insito nel nostro DNA. Non credo che si potrebbe raggiungere tale cambiamento tagliando di netto il rapporto con il nostro lungo trascorso. Perché questa trasformazione si compia, occorre che il passaggio avvenga con gradualità. E di conseguenza, anche questo DNA potrà essere modificato.

    Teismi
    Rileggendo il passato, si constata la sostanziale funzione delle religioni nei grandi processi di formazione e trasformazione antropologica dell’intero mondo. Le religioni sono delle vere e proprie grammatiche di comportamento, che contengono le regole pratiche, i riti sociali e i costumi, sia di piccole comunità che di grandi popolazioni.
    Le religioni che hanno conquistato maggior spazio nella storia degli scorsi millenni si possono riassumere in grandi -ismi.
    Panteismo. Letteralmente “Dio è Tutto” e “Tutto è Dio”: dottrina religiosa o filosofica che identifica dio con il mondo.
    Il Panteismo riconosce nelle molteplici forme dell’esistente un principio divino omnicomprensivo.
    Politeismo. Sistema religioso caratterizzato dal culto di molti dei, aventi ciascuno potere autonomo rispetto agli altri.
    Il Politeismo fu concepito per stemprare e far coesistere, sotto un unico dominio, le tensioni sociali e religiose sorte nel connettersi delle diverse comunità, assegnandole alla protezione di differenti dei. Si esorcizzava così il conflitto sociale, a favore di un unico progetto politico-religioso accentrato nella persona del faraone o dell’imperatore. 
    Monoteismo. Sistema religioso che ammette l’esistenza di un solo dio.
    Il Monoteismo si genera come reazione al Politeismo, da parte dei popoli schiavizzati e tiranneggiati dai poteri dominanti. La religione del dio unico diviene la speranza di riscatto per i deboli e gli oppressi in ogni terra. Un unico pensiero, un unico desiderio, un’unica fede per tutti coloro che invocano giustizia, che cercano salvezza, dignità, comprensione, equità e rispetto.
    Ateismo. Negazione dell’esistenza di qualsiasi dio.
    L’Ateismo si pone in opposizione al Monoteismo e a qualsiasi altra forma di fede religiosa. Questa posizione si è sempre più definita nel corso dei secoli, fino a mettersi in chiara luce con lo sviluppo della scienza. L’Ateismo rifiuta ogni entità astratta e ogni trascendenza proprio perché pone la verificabilità di ogni fenomeno come principio guida.

    Ominiteismo
    L’Ominiteismo combina l’ancestrale principio del panteismo con l’ateismo. Esiste, però, una differenza basilare rispetto a entrambi, che va ben evidenziata.
    Il Panteismo riporta l’esistenza di ogni cosa a dio, e l’esistenza di dio in ogni cosa. Tutto ciò a prescindere dal pensiero umano. L’Ominiteismo non nega né afferma l’esistenza di dio, sia come entità creatrice distinta, unica e suprema, sia come entità integrata in ogni elemento dell’universo, ma si fonda sulla responsabilità che deriva dalla umana capacità di pensare. Infatti l’unica constatazione possibile è che il cogitare umano esiste e che esiste il mondo percepibile. L’Ominiteismo si concentra nella capacità elaborativa della mente umana. In tal modo ogni persona assume in toto la responsabilità del suo pensiero e del suo operato. 
    L’Ateismo afferma la necessità di verificare ogni fenomeno. Ad oggi non possiamo negare né asserire l’esistenza di un divino principio cosmico. Ritengo comunque necessario continuare la ricerca e l’indagine del nostro rapporto con l’universo per cercare risposte a domande da sempre al centro della vita umana, cariche di un fascino così forte da aver fatto volare il pensiero oltre il ragionevolmente pensabile. Però, anche se portate a livelli estremi, le questioni rimangono di carattere scientifico e a esse, non possiamo rispondere in termini mistici. Un tale pensiero sconfinato, inteso come spirituale, non può in ogni caso lasciarci indifferenti, ma va riportato all’interno di una sensibilità complessa compresa tra la conoscenza e la responsabilità della persona. L’autonomia individuale della coscienza spirituale è il fulcro del concetto ominiteistico.

    L’Arte
    Per me ogni riferimento alla sensibilità spirituale è proprio dell’Arte. Nell’Arte moderna agli -ismi religiosi si sono sostituiti quelli artistici. Cominciando dall’Impressionismo di fine Ottocento si è passati a Espressionismo, Astrattismo, Cubismo, Dadaismo e Surrealismo per arrivare all’Espressionismo Astratto degli anni Cinquanta. Attraverso questo processo l’Arte ha sviluppato progressivamente la propria autonomia intellettuale. Negli anni ’50 l’artista d'avanguardia si concentra nella creazione di una sua propria forma, di un suo proprio segno e in questi sintetizza ogni significato spirituale, culturale e sociale. Tutti i simboli religiosi e politici si comprimono e si fondono nel segno unico, individuale, soggettivo e autonomo dell’artista. Così l’Arte non rappresenta più né dio né alcun altro potere e nemmeno si presta a documentare la vita comune. Il segno artistico diventa simbolo di un pensiero autoreferente e libero da ogni asservimento. In tal modo gli artisti si astraggono dai sistemi di potere consolidati, evidenziando culturalmente una sintonia con ogni aspirazione alla libertà, all’indipendenza, al riscatto e alla rinascita. Il mio pensiero è profondamente legato alla moderna conquista di autonomia da parte dell’artista. Ma, conseguentemente, con il mio lavoro ho voluto trasferire l’autonomia artistica dall’impegno soggettivo e personale all’impegno collettivo. È così che l’Arte si apre alla comprensione, condivisione e compartecipazione di tutti. In seguito alla radicale rielaborazione intellettuale condotta dagli -ismi artistici del ventesimo secolo, si perviene a una riappropriazione del concetto di spiritualità da parte dell’Arte, identificata nell’Ominiteismo. L’autonomia dell’artista è fatta di libertà e di pari responsabilità. Poiché la sola libertà si disperde nell’indeterminatezza, essa deve essere, infatti, bilanciata dalla determinatezza della responsabilità. La missione dell’Arte sta nel portare nella società una assunzione personale di libertà e responsabilità da parte di tutti.
    Fra gli esercizi di verità prima proposti emerge il fenomeno della relatività, svelato dallo specchio. Nella relatività, si definiscono sia l’Ominiteismo che la Democrazia in quanto principio identitario per entrambi.
    Nell’Ominiteismo il pensiero individuale costruisce le relazioni interpersonali consapevoli, così come in democrazia l’agire politico è determinato dalla partecipazione, dal confronto e dal dialogo fra persone consapevoli.
    Nell’Ominiteismo e nella democrazia l’interazione fra collettività e individuo agisce sul piano esteso e complesso della relatività e non su quello verticistico fondato sull’assoluto.
    Poiché vivo nel travaglio creativo delle persone nel mondo, devo far uso della mia Arte per portare la divinità a dimensione umana, e cooperare alla formazione di una società fatta di persone consapevoli e responsabili.

    Democrazia
    Democrazia significa “potere del popolo”.
    Come si realizza il potere del popolo, se questo non viene assunto individualmente da ogni persona ed esteso a ogni altra? 
    È vago e pretestuoso parlare di democrazia in senso meramente populistico. Si devono innescare le pratiche di conoscenza, consapevolezza e discernimento del singolo individuo nei rapporti diretti fra persona e persona, fino a comprendere l’intera società democratica.
    L’elezione dei rappresentanti politici al governo da parte dei cittadini è quanto di meglio offra ad oggi il sistema democratico, eppure in nessun luogo si è ancora realizzata una democrazia veramente compiuta. Cosa impedisce tale raggiungimento? 
    Le ricerche di Economia Comportamentale hanno verificato quanto il fattore di truffa individuale cresca, allontanando i termini di riferimento in ogni rapporto sociale, economico o politico. Ad esempio, maggiore è la distanza che si interpone fra l’elettore e il suo rappresentante politico, minore è la possibilità di controllo sull’onestà e correttezza dell’operato di quest’ultimo.
    Aumentando i passaggi fra i due, si accrescono le occasioni di truffa e diminuisce il senso di colpa. Sotto questa luce va riformato il sistema che regola il rapporto tra voto e governance. Trasponendo la presente constatazione dal piano politico a quello religioso, si evince come la distanza che si crea fra il fedele e dio attraverso tutti gli intermediari che stanno fra i due, renda la possibilità di truffa altissima. L’invisibilità di dio favorisce perciò la frode di chi alimenta questa distanza. Il fenomeno religioso, per assurdo, potrebbe allora essere ritenuto una truffa accettata, poiché tutti i fedeli accolgono con favore l’impossibilità di verifica e controllo. 
    La minore distanza fra le persone è pertanto presupposto per una relazione autentica, che ricondotta all’essenziale si configura nel rapporto a due. Prendiamo, allora, il caso dello specchio, la cui divisione genera due specchi e questi, riflettendosi l’un l’altro producono via via al loro interno un numero infinito di specchi. Ogni dualità si forma per divisione, ciò vale tanto per lo specchio quanto per la proliferazione cellulare: dividendo si moltiplica. La moltiplicazione è quindi conseguente alla divisione ed essendo una conseguenza non può essere un principio. I grandi interessi economici, finanziari e politici adottano, invece, la moltiplicazione come principio. Infatti, basandosi su questa, hanno prodotto finora accumulo di ricchezza da una parte ed esclusione e miseria dall’altra. La democrazia, diversamente, non può che fondarsi sul vero principio, quello della divisione, che economicamente e politicamente si traduce in condivisione.
    Il termine condivisione, in sostanza, si applica sia allo spirito ominiteista, come suddivisione del divino in ciascuno, sia alla prassi democratica, come suddivisione delle responsabilità nei rapporti sociali. Condividere vuol dire apportare all’altro la propria coscienza, consapevolezza e conoscenza. Inoltre se il guadagno e la gratuità, in un bilanciamento degli opposti, saranno compresenti in egual misura, lo scambio inter-individuale porterà ad una ricchezza comune. La democrazia cresce in relazione al grado di condivisione fra le parti. La condivisione è, innanzitutto, inter-individuale e si estende poi a livello globale. Però, attenzione, se l’intesa si restringe a una piccola cerchia in maniera esclusiva, il fenomeno democratico viene sovvertito e si producono effetti diametralmente opposti.

    Il gioco del Profitto
    L’utilizzo del web è sempre più a portata di tutti. Pur tuttavia nell’attuale epoca virtuale l’intera società umana può dipendere ancora da regole del gioco inventate e attuate da gruppi di pochissime persone, che stabiliscono le mosse con le quali giocarsi l’intera umanità. Il sistema di pensiero finora alla base di ogni programmazione futura è stato determinato dall’idea che il potere economico dipenda dall’alternarsi di distruzione e costruzione. Il gioco di pochi, ispirandosi a questo principio, può determinare volutamente immani catastrofi secondo l’equazione: a maggiore disastro, maggiore profitto. Si può agire su popolazioni intere direttamente in loco, dirigendole da lontano, facendole prosperare a piacimento o paralizzandole non solo per mancanza di sostanza fisica, ma attraverso epidemie informatiche o altre forme di infezione. Il livello di truffa, di cui abbiamo parlato poco sopra, diviene esponenziale.

    La rigenerazione
    Come può svilupparsi una democrazia che produca una sana condizione di vita, superando sistemi di potere che portano a pratiche sempre più distanti, rispetto all’evidente necessità di un equilibrio sostenibile nella società globale? 
    Se guardiamo la realtà dal punto di vista delle politiche internazionali, ci rendiamo conto che la parola democrazia è usata come sinonimo di consumismo. Il sistema della crescita consumistica, che si regge sul ricatto della miseria, è ancor sempre applicato come modello economico della democrazia. Molte parti del mondo vivono oggi lo stesso processo di sviluppo dei paesi europei e nord-americani (che hanno iniziato a conoscere la crisi di crescita), e godono dell’uscita dalle condizioni di tribolazione, stento e sofferenza, come dopo una lunga guerra. Ma presto tali nazioni raggiungeranno la saturazione che segue ogni grande crescita e la conseguenza distruttiva assumerà dimensioni mai viste prima. Dobbiamo accettare questa previsione che vuole la catastrofe come endemicamente inevitabile al fine della ricostruzione? 
    Personalmente, faccio parte di coloro che assumono il massimo impegno, per passare alla rinascita evitando l’abisso apertosi a conclusione di questo mondo artificiale che cresce a dismisura. Ci troviamo di fronte a una questione determinante, che deve essere affrontata per far sì che il sistema distruzione-costruzione artificiale si accordi al sistema naturale della rigenerazione. Il processo della natura si articola sulla combinazione di vita e morte ma si regge sull’equilibrio sostenibile di tale alternanza. Noi viviamo invece in situazioni di profitto che portano all’annichilimento delle risorse, e a catastrofi lontane dalla dinamica naturale della rigenerazione. Per esempio, la foresta appare sempre uguale, grazie al suo continuo processo di ricambio interno. Fenomeno ben diverso dal sistema della deforestazione prodotta dagli esseri umani a scopo speculativo.

    La morale
    Il problema di fondo è primariamente morale.
    Siamo avvezzi a considerare la religione come fonte, scrigno, tempio e governo della morale. Così pure siamo abituati a intendere la spiritualità come monopolio della religione. 
    Possiamo considerare la trascendenza contenuta nelle fedi religiose, sufficiente ad arrestare la sopraffazione, la degradazione, la malvagità e le atrocità esercitate dalle persone sulle persone? Può essere sufficiente il ricorso al monito divino per evitare le stragi, le devastazioni e le ecatombe auto-prodotte dagli esseri umani?
    Nello sviluppo dell’era moderna la morale affidata alla trascendenza si mostra sempre più inefficace, mentre si rafforza una barbarie guidata dal puro cinismo, che permea, intacca e corrompe la società a ogni latitudine. Dunque si rende indispensabile riconsiderare a fondo il modo di intendere e praticare la morale. Questo, nella sfera sociale, va comparato allo svolgersi della ricerca scientifica più avanzata. Si sta sempre più affermando la nano-tecnologia, si penetra nelle minime dimensioni dell’esistente per comprenderne la portata universale. Dobbiamo, perciò, sviluppare la morale in forme di micro-ricerca anziché mantenerci nella macro-applicazione come si è fatto finora. Bisogna avviare cenacoli, forum, reti di ripensamento e ridiscussione sull’argomento della morale. Riprendere le forme di etica codificate e inciderne l’integrità per introdurvi la linfa di idee e modalità orientate alla consapevolezza e alla responsabilità interindividuali. Detto ciò, attraverso una mia personale ricerca, sono arrivato alla conclusione che la morale debba essere identificata e praticata nell’incontro, connessione e interazione fra opposti soggetti o concetti, trovando continuamente un equilibrio fra questi.

    Amare le differenze
    Nel percorso verso la formazione di una morale ominiteistica e demopratica ho realizzato, nel 2000, un’opera intitolata Luogo di Raccoglimento multiconfessionale e laico. (2) Essa si configura come un tempio che riprende il concetto politeistico, riunendo in uno spazio comune l’Ebraismo, il Cattolicesimo, l’Islamismo, il Buddismo. Un elemento unificante è situato al centro dello spazio: il Metrocubo d'infinito, da me ideato nel 1965. È un parallelepipedo composto da sei specchi rivolti verso l’interno. Noi vediamo solo il retro degli specchi che compongono il cubo, mentre all’interno gli specchi stessi si moltiplicano senza fine. Con quest’opera l’Arte diviene il catalizzatore dei significati relativi ai simboli delle religioni, poste ciascuna su un piedistallo intorno al Cubo. Un piedistallo vuoto è dedicato a chi non ha religione o a chi porta il simbolo di una religione che non è rappresentata.
    Un luogo multiconfessionale esiste anche nella realtà e ci è consegnato dalla Storia. Si tratta della città di Gerusalemme. Ma qui l’Arte non ha ancora posto un simbolo, come il Metrocubo d’infinito, in grado di stimolare un equilibrio fra le conflittualità politiche e religiose che funestamente ricadono sul mondo intero.
    Lo stesso proposito del Luogo di Raccoglimento multiconfessionale e laico si ritrova in Love Difference, Movimento Artistico per una Politica Intermediterranea nato nel 2002, a Cittadellarte. Il percorso Love Difference procede attraverso operazioni che uniscono le tradizioni delle diverse culture, al fine di attivare un processo di cambiamento dove le differenze trovino punti di comune equilibrio. Amare le differenze sostituisce il concetto di tolleranza, implicando, oltre la ragione, anche il sentimento. Il progetto è stato concepito come passaggio preliminare alla costituzione di un Parlamento Culturale Mediterraneo, che crei una vasta interconnessione culturale e alimenti lo scambio fra religioni, sistemi educativi, idiomi, gusti, al fine di rendere possibile la nascita di una vera e propria politica democratica del Mediterraneo. Mediterraneo significa mare tra le terreLove Differencenon considera solo il mare denominato Mediterraneo, ma anche gli altri sei mari che hanno le medesime caratteristiche, in quanto sono contornati da paesi con diverse culture, tradizioni, religioni ed economie. Essi sono: Mar Nero, Mar Rosso, Mar Baltico, il Mar della Cina, il Mare d’Oriente, Il Mar dei Caraibi. Love Difference lavora sulla fecondazione delle differenze nei mediterranei. Procede dunque come laboratorio destinato a realizzare le prospettive lanciate dal Terzo Paradiso.

    Laboratorio di democrazia
    Ho appena parlato di Gerusalemme, città mediterranea, in cui sono compresenti le tre maggiori religioni monoteiste, che hanno una comune radice: Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo. E ho anche parlato specificatamente del Mediterraneo, il mare che unisce tre continenti. L’umanità di oggi ha origine in Africa e si è sviluppata inizialmente attraverso l’Asia e l’Europa per poi diffondersi nel mondo. Se consideriamo la realtà dell’attuale società umana, non possiamo non vedere che il mare Mediterraneo è divenuto l’epicentro delle tensioni politico-economico-religiose che attraversano l’intero pianeta. Le religioni scatenano le guerre politiche, l’economia finanziaria scatena le guerre religiose e la politica scatena le guerre economico-finanziarie. È paradossale che le religioni, nate per proteggere e rassicurare gli esseri umani, siano incessantemente ragione di orrore e disgrazia.
    Il Mediterraneo è un crogiolo di civiltà ma nello stesso tempo è un bacino in cui naufraga la civiltà. Intorno al Mediterraneo si concentrano tutte le contrapposizioni portate alla massima tensione. Un laboratorio di trasformazione responsabile della società trova dunque qui una straordinaria materia di studio. Abbiamo potuto constatare che le rivolte avvenute in Medio Oriente e nel Magreb, come la Primavera Araba o le guerre e le rivoluzioni che hanno provocato la caduta delle dittature in Iraq, in Egitto e in Libia, abbiano portato a nuovi tragici conflitti. Da tutto ciò si capisce che le rivolte, di qualsiasi natura esse siano, portano con grande difficoltà a nuovi equilibri nella società. Prendiamo l’Arte. Molti artisti producono significative opere di denuncia, dove la denuncia, nata da nobili intenzioni, viene continuamente acquistata ed esaltata da quegli stessi sistemi che gli artisti intendono denunciare e combattere. Lo stesso avviene nelle rivolte, in cui i giovani si buttano appassionatamente, e non si rendono conto che esiste un gioco più grande, guidato da lontano da sistemi opposti ai loro ideali, di cui loro sono semplici pedine. E che da loro traggono profitto. 
    Cittadellarte coniuga l’Arte alla politica, cercando di risolvere il problema dell’inefficienza dei sistemi basati sulla pura rivolta, passando dalla denuncia alla proposta. Nella proposta è insista la critica ma non si ferma a questa, portando alla creazione di nuove condizioni. Cittadellarte è una scuola, in cui si individuano le criticità del mondo, per trovare nuovi metodi formativi, basati sul concetto che prima di iniziare qualsiasi rivoluzione, occorre acquisire la capacità di proporre nuovi sistemi che sappiano gestire nella politica, nell’economia e in ogni parte del tessuto sociale, l’identità a cui si aspira.
    È una scuola di formazione politica democratica per i giovani che intendano dedicarsi a una trasformazione responsabile della società.

    Cittadellarte
    Il Dalai Lama spiega al mondo che bisogna trovare un’etica oltre le religioni. Questo è auspicabile poiché siamo giunti alla necessità di una vera e propria mutazione antropologica. Se da un lato, la scienza e la tecnologia hanno raggiunto traguardi straordinari, per contro la consapevolezza morale e sociale ne rimane in gran parte estranea. È necessario che essa progredisca, fino a ispirare alla scienza una responsabilità nuova. A tale proposito nel 1998 ho dato vita a Cittadellarte, un laboratorio formato da esperti e ricercatori nei vari settori del tessuto sociale con lo scopo di ispirare e produrre un cambiamento responsabile nella società. Il nome Cittadellarte incorpora due significati: quello di cittadella, ovvero un’area in cui l’Arte è protetta e ben difesa, e quello di città, che corrisponde all’idea di apertura e interrelazione con il mondo. Cittadellarte, infatti, persegue l’obiettivo di coniugare le qualità estetiche dell’Arte con un sostanziale impegno etico, per produrre una reale trasformazione della società civile in ogni suo ambito. Con questa determinazione Cittadellarte contribuisce a indirizzare responsabilmente e proficuamente le profonde mutazioni in atto, estendendo, così, l’idea iniziale di Città a quella di Civiltà dell’Arte. Si entra in una nuova fase della società, della cui creazione siamo tutti co-autori.

    Orizzontalità democratica
    Non si può realizzare la democrazia seguendo i principi dell’assolutismo, quindi il monoteismo che regge l’assoluto non può essere un riferimento per la democrazia.
    Il monoteismo si afferma durante la persecuzione dei faraoni sugli ebrei. (3) Il faraone deteneva il potere politico dell'intero regno d'Egitto, ed era dotato contemporaneamente di natura divina all'interno del sistema politeistico. Il popolo ebraico, essendo suddiviso in tribù non aveva un unico capo, con potere politico e divino come il faraone. Questo stato di cose rendeva gli ebrei succubi del governo che li aveva sottomessi e resi schiavi. Mancando di una figura riconosciuta come capo politico di natura divina, il popolo ebraico ha sublimato il potere politico, fino a farlo assurgere all'unicità di dio.
    È così riuscito a trovare la forza che ha prodotto la coesione di tutti i suoi componenti, ovunque essi fossero. Per il popolo ebraico la formula del monoteismo fu salvifica. E in seguito fu assunta da parte di quella umanità che lottava per liberarsi dalla sottomissione ai grandi poteri oppressivi. Nel tempo, il monoteismo ha sistematizzato la divinizzazione del potere, portando religione e politica, unite, a quella verticalità che sfocia nell'assoluto, dunque nell'assolutismo e nella dittatura.
    Oggi questa dittatura si manifesta in modo chiaro e evidente nelle massime accentrazioni di potere, e si insinua anche in ogni momento nelle pieghe della quotidianità. Persino in quelle strutture politiche dichiarate democratiche. Diventa dunque necessario e urgente snidare il potere verticale e sostituirlo con una pratica orizzontale di relazioni politiche e sociali. Questo avviene con l'Ominiteismo, che si realizza orizzontalmente nell'esercizio della responsabilità personale e intraindividuale. Esso penetra nelle sofferenze e nelle ingiustizie che dilagano nel basso della società e porta soluzioni effettive, evitando che la religione e la politica le sovvertano dall'alto del potere verticale.
    A questo punto, lo stesso termine democrazia deve essere riconsiderato, per eliminare quel concetto di potere che, nonostante sia attribuito al popolo, conserva un vizio atavico di dominazione.
    Andando sempre più verso nuove pratiche di equilibrio socio-politico si potrà sostituire al concetto di potere, ovvero –cràtos, quello di pratica, ovvero –praxis, arrivando così a parlare di demopraxia (4). Il lavoro da fare è quindi quello di sviluppare le buone pratiche.

    Il mito ombelicale
    L’ombelico è da sempre un mito perché è il simbolo della nascita che ogni persona porta al centro del proprio corpo. La congiunzione di tutti i cordoni ombelicali recisi, collegando idealmente l’umanità, ha perpetuato fino a oggi questo mito. Presumiamo che esso si perpetui nel futuro. Ogni ombelico, attraverso il cordone ombelicale, unisce il figlio o la figlia alla madre. Per questa ragione, la donna porta con sé l’istinto alla conservazione dei figli messi al mondo. Di conseguenza la donna si assume spontaneamente la responsabilità di dare un futuro all’umanità sul pianeta. 
    Il cerchio centrale del Terzo Paradiso è il simbolo del ventre procreativo di una nuova umanità. Il mito ombelicale è dunque insito nel mito del Terzo Paradiso. Il bambino nato da questo ventre, sarà avviato a una formazione che ne farà un adulto responsabile, capace di affrontare quotidianamente con cognizione tutte le dualità che tessono la vita. Fra queste, giusto e ingiusto, buono e cattivo, dignità e abiezione, amore e odio. E anziché opporle drasticamente, saprà comporle in un profondo concetto di morale. Proseguendo così nella formazione della futura società. 

    Teorema della Trinamica
    La Trinamica è la dinamica del numero Tre. è la combinazione di due unità che dà vita a una terza unità distinta e inedita. Nella Trinamica il Tre rappresenta sempre una nascita, che avviene per combinazione fortuita, o voluta, fra due soggetti.  
    La Trinamica si attua nel processo di: congiungimento, connessione, combinazione, coniugazione, interazione, fusione di due elementi in sé semplici o complessi. Il fenomeno trinamico avviene in chimica e in fisica, si estende nella fisiologia dei corpi e arriva a comprendere la vita sociale nei suoi aspetti culturali, politici, economici e religiosi. Il segno-formula della Trinamica, assunto anche come simbolo del Terzo Paradiso, disegna tre cerchi allineati. I due cerchi esterni rappresentano tutti gli opposti e comunque ogni dualità. Il Teorema della Trinamica identifica nel cerchio centrale, generato dalla congiunzione dei due cerchi esterni, un terzo soggetto prima inesistente. La Trinamica agisce nella sfera naturale così come in quella artificiale, includendo ogni ambito e aspetto della società umana. La troviamo ad esempio nella reazione fra ossigeno e idrogeno da cui si ottiene l’acqua; nell’interazione fra masse d’aria calda e fredda, causa dei fenomeni temporaleschi; nella connessione fra polo positivo e polo negativo, che produce energia elettrica; nell’unione fra il maschile e il femminile, che genera un nuovo essere; nella dialettica fra tesi e antitesi, che produce la sintesi; nella fusione fra gli opposti modelli politici dell’assolutismo e dell’anarchia, che sviluppa la democrazia.
    Nello specifico di questo manifesto, Ominiteismo e Demopraxia sono due soggetti diversi, che congiunti, producono un nuovo sistema sociale.  
    La Trinamica è la scienza delle relazioni e degli equilibri. Ma soprattutto, è il principio della creazione. 
    Con il Triplo Cerchio, ho inteso creare il simbolo della vita, cioè del finito, ovvero ciò che nasce e muore. Questo non poteva essere fatto senza tener conto del simbolo dell’infinito, in quanto quest’ultimo precede ogni nascita e segue ad ogni morte. La vita, che sia di uomo o di mosca, di albero o di civiltà, ha un inizio e una fine: il tempo di ciascuna è una durata. Essa dà confini all'infinito. La durata è rappresentata dal cerchio centrale della Trinamica, compresa fra i due cerchi laterali che rappresentano l’infinito. La durata non è mai statica. È una creazione continua e si svolge nella connessione di separati elementi. Dunque la vita è creazione. Il Triplo Cerchio, segno/formula della Trinamica, integra la vita nell’infinito. 
     
    La creazione
    Bisogna innanzi tutto chiarire in cosa consiste la differenza fra il termine creazione e il termine creatività. La creatività è propria di ogni essere umano. Questa prerogativa della nostra specie è originata da una creazione primigenia che ha avviato lo sviluppo del mondo artificiale. La creazione si attua ogni qualvolta avviene un passaggio da un’inesistenza a un’esistenza. Nell’accadimento trinamico si realizza questo passaggio.
    Gli artisti non amano essere definiti creativi perché si ritengono creatori, in quanto capaci di realizzazioni inedite.
    Ma guardando lontano, troviamo che la parola creazione è stata innanzi tutto assegnata all’opera di Dio, considerando che per volontà sua esiste l’Universo, mentre prima non esisteva. L’opera di Dio sarebbe dunque quella di un artista supremo. Questo è ciò che credono i creazionisti, diversamente dagli evoluzionisti che indagano l’esistente attraverso la ricerca scientifica.
    Io, come artista non mi identifico con il creazionismo, anche se la mia opera rientra nel concetto di creazione. Ritengo infatti che essa apporti una cognizione che non esisteva prima. Dico cognizione, perché il risultato del mio lavoro non è limitato alla mia espressione personale, ma persegue la ricerca di conoscenza dell’esistente, proprio come avviene nella scienza. 
    È importante considerare che io sono un artista visivo, e perciò la mia ricerca non entra direttamente nella fisicità delle cose, ma le indaga attraverso la loro immagine. Con i Quadri Specchianti ho portato l’immagine a identificare fenomenologicamente lo spazio-tempo, cioè la quarta dimensione. Ora, oltre che con l’immagine, continuo a lavorare con l’immaginazione. Attraverso di essa, mi propongo di configurare lo scenario che si apre verso il futuro.
    Cogliendo la prerogativa simbolica dell’Arte, ho disegnato il simbolo trinamico che rappresenta la dualità creatrice, contenuta nei due cerchi esterni, e l’avvenimento della creazione, contenuto nel cerchio interno. Il simbolo vale per la natura, nella quale continuamente avviene la creazione attraverso la connessione di elementi differenti. Il simbolo vale però anche per la creazione artificiale, prodotta dall’azione umana. Inoltre, lo stesso simbolo vale anche per la connessione fra l’elemento creato in natura e l’elemento creato artificialmente.
    Tale connessione avvia il percorso che abbiamo chiamato Terzo Paradiso.
    Adesso chiediamoci cosa veramente vogliamo, cercando altresì di rispondere alla domanda: per quale ragione si vive? 
    Nella natura la creazione è spietata, non produce pietà.
    La creazione umana interviene spietatamente da un lato, e dall’altro riesce a produrre pietà. L’atto di porre nei due cerchi esterni la spietatezza e la pietà per ottenere un terzo elemento, rappresenta di per sé un punto a favore della creazione umana rispetto alla creazione naturale. Diviene così determinante l’uso del simbolo trinamico, al fine di raggiungere un equilibrio fra il mostro e la virtù che convivono nella nostra persona e al tempo stesso la dividono, così come avviene nel contesto interpersonale. Per raggiungere questo equilibrio, è indispensabile che l’essere sapiente – da Homo sapiens – attinga alla responsabilità che esiste dietro ogni colore di pelle, e ne faccia una pratica costante.

    Il vuoto e il pieno
    Scrivevo nel 1968 in un testo intitolato “Tra” a proposito del mio gruppo di opere intitolate “Oggetti in Meno 1965-66” : …più che gli oggetti mi interessa il passaggio fra gli oggetti... …noi ci muoviamo in una stanza fra gli oggetti in percorsi convenzionali e viziati perché consideriamo soltanto la presenza degli oggetti e non lo spazio vuoto che noi realmente viviamo... Due individui, ad esempio, si muovono considerando come reale il proprio corpo e quello dell’altro, invece dello spazio senza corpo che sta fra loro. È in questo vuoto che essi possono realmente incontrarsi e comunicare... ...la mia presenza si manifesta non già nello spazio e nel tempo degli oggetti ma nell’invisibile della loro non presenza...
    Nei Quadri Specchianti vediamo lo specchio come il vuoto totale riempito di tutto l’esistente. Lo specchio, infatti, non ha proprietà semantiche, non ha segni propri né immagini proprie, ma rileva dentro di sé tutti i segni e le immagini possibili. Il vuoto semantico dello specchio dimostra che il vuoto esiste. Estendere universalmente il vuoto dello specchio significa riempirlo delle immagini di tutto l’esistente fisico. Si può perciò sostenere che l’assenza e la presenza, così come il vuoto e il pieno, il nulla e il tutto, siano elementi comprimari della creazione. Ne deriva che l’universo fisico non esisterebbe senza il vuoto, cioè il nulla, che lo contiene. L’affermazione e la negazione sono partner nella dualità; il nulla e il tutto si affermano e si negano a vicenda, dando consistenza alla creazione e contemporaneamente negandola. La stessa cosa vale per il rapporto estremo fra il mai e il sempre, secondo il quale il tempo intero conterrebbe in ogni istante il tutto e il nulla. 
    Ogni cosa esiste una sola volta, nel momento in cui si riflette nello specchio, fra il nulla di prima, e il nulla di dopo. Ma c’è un’immagine della realtà, rispecchiata sia nel nulla di prima che nel nulla di dopo. Si realizza così la catena del nulla e delle cose: la catena delle cose s’intreccia con la catena del nulla, e la catena del nulla si intreccia con la catena delle cose. 
    Perciò ogni cosa che esiste porta in sé la sua negazione, infatti ciò che esiste ora, prima non c’era, mentre ciò che è venuto ad esistere, già non c’è più, perché è diventato altro. Dunque alla creazione corrisponde la acreazione, un annullamento già presente nella nascita.
    Per la scienza, la massima velocità è quella della luce, perché non riesce a registrare la velocità del nulla. Il vuoto e il pieno, come il non esistente e l’esistente, si rivelano a ogni istante della nostra vita tra ogni cosa fatta e cosa da fare, in un presente che si annulla nel farsi e si fa annullandosi. La risposta all’amletica domanda “essere o non essere?” è “essere e non essere”. Il vuoto e il pieno, come il tutto e il nulla, si percepiscono anche inconsciamente: fra due momenti o fra due persone, fra una decisione e quella successiva, fra due sentimenti o due emozioni, fra due volontà e due decisioni. Alzandoci al mattino affrontiamo il vuoto della giornata e in qualche modo ci attiviamo, cercando un coordinamento nell’attività, per riempire quel vuoto. La felicità e l’angoscia si alternano nella ricerca di colmare il vuoto che pervade la vita. La necessità di procurarsi il nutrimento è una cura biologica del male da vuoto e tutti i mezzi artificiali sono utili a curare il male da vuoto che pervade la società. La mancanza di potere dà senso di vuoto. Anticamente nei palazzi del potere regnava l’horror vacui, per cui si riempiva di decorazioni tutto lo spazio e di musica tutto il tempo. Oggi i grandi momenti di aggregazione, come ad esempio i concerti rock e le partite di calcio che riempiono gli stadi, servono a colmare il vuoto fra le persone. Io sento questa sensazione di vuoto e faccio Arte per capire cos'è l’esistente attraverso il vuoto dello specchio, nel quale l’infinito a ogni istante finisce. Quando nel 1993 ho presentato Cittadellarte, a Biella, nello spazio ancora vuoto, ho detto pubblicamente: “La mia eredità sarà uno spazio vuoto.”  
    Noi tutti in ogni momento sentiamo la presenza del grande nulla, anche se la scienza non lo identifica perché lavora nel tutto pieno. E le religioni si avventurano nel vuoto creando dio e gli dei, per cercare di saziare il vuoto psichico in cui si dibatte l’umanità. Ma queste non possono fare a meno di riconoscere la dualità negli opposti, affermando perciò sia l’esistenza di Dio sia quella del demonio. Nel Cristianesimo c’è anche la Trinità, che mette al centro lo “Spirito Santo”. Nelle decorazioni del passato più remoto troviamo spesso disegni simili al Triplo Cerchio della Trinamica. Di questi non si hanno spiegazioni, ma già trasmettono un senso di energia ed equilibrio. Visitando la Cappella Sistina, guardiamo sempre in alto per ammirare gli affreschi di Michelangelo Buonarroti. Però se guardiamo a terra, vediamo nel pavimento il Triplo Cerchio, inteso come elemento decorativo, certamente scelto emotivamente per la sua carica significativa.
    Nel disegno del Triplo Cerchio lo spazio centrale può essere inteso come il vuoto che si riempie della nostra creazione collettiva. Stiamo cercando le regole dell’universo, nel frattempo possiamo almeno provare a creare una società umana che sappia coniugare la scienza con la pietà.

    Il Potere
    Prendiamo in esame il concetto di potere. A questo fine viene utile il riferimento a una mia opera fotografica del 1975, intitolata La conferenza.
    Un oratore sta di fronte a un pubblico composto di venti persone. A tutti è consegnata una macchina fotografica. Il pubblico fotografa il conferenziere e contemporaneamente il conferenziere fotografa il pubblico.
    Alla fine abbiamo venti volte riprodotta l’immagine del conferenziere, mentre l’intero pubblico è riprodotto in una sola immagine, quella scattata dal conferenziere. Questa è la fotografia del potere: tutto il pubblico si concentra nella persona dell’oratore, mentre la persona dell’oratore si moltiplica per quante sono le persone del pubblico. Il conferenziere può essere chi parla in nome di dio, e il pubblico essere la massa dei fedeli inginocchiati di fronte a lui. Il conferenziere può essere il dittatore, e il pubblico essere il popolo che lo ascolta. Questa opera mette in chiaro come, sia nella politica che nella religione, si possa produrre una condizione di dominanza e assoggettamento. 
    Ben diversa è l’attitudine democratica, che si esprime nella volontà, esercitata da ogni persona, di comprendere ed essere compresa da ogni altra, come rappresentato in un’altra mia opera in cui tutti si fotografano a vicenda. In tal senso si genera un fenomeno a catena di proiezioni e comprensioni reciproche. L’effetto trinamico del rapporto interpersonale s’irradia così nella società, producendo una democrazia diffusa e ominiteista.

    Denaro
    Il denaro risponde al Teorema della Trinamica in quanto elemento terzo creato per la mediazione fra le parti. Nasce con la funzione di agevolare lo scambio fra le competenze e le attività umane.
    Lo scopo della moneta è simboleggiare dei valori che sono propri di cose e persone. 
    Con il tempo però la sua funzione di mediazione è venuta meno. Si è giunti al punto di trasferire il valore dalle cose al denaro, vanificando la stessa ragione per cui esso è stato inventato. Da qui nasce l’antagonismo fra la moneta e ciò che essa rappresenta. 
    Oggi dobbiamo assolvere a due necessità impellenti. La prima, ritrovare un equilibrio nel rapporto fra lavoro, produzione, scambio e benessere condiviso, attribuendo alla moneta la sua funzione originaria.
    La seconda, creare nuove regole, affinché il denaro assuma una funzione sociale, diventando garante della dignità di tutte le persone.

    Gratuità
    È necessario che la democrazia si dissoci dal modello divoratore del consumismo esponenziale, per rifarsi al principio di condivisione. Tale principio dovrà attivarsi nel rapporto fra le persone, e inoltre estendersi al rapporto fra persone e ambiente. In questa condivisione rientra il concetto di gratuità. La natura si rigenera senza speculare, dunque gratuitamente, mentre gli esseri umani non sembrano più in grado di rinunciare alle estreme speculazioni. È arrivato il momento di riproporzionare il rapporto fra speculazione umana e processi naturali. 
    Profitto e Gratuità appaiono come termini opposti, ma possono essere complementari, devono solo trovare il loro equilibrio. Non si può pensare al profitto pecuniario come massima e unica finalità. La realizzazione di una vita equa per tutte le persone è un valore di per sé gratuito ed è il vero fine. L’equilibrio fra queste due polarità, profitto e gratuità, va cercato nell’attuale società in profonda trasformazione, attraverso obiettivi etici, che non si possono raggiungere avendo come unico fine l’accumulo di denaro. A prescindere dalle elargizioni filantropiche, tutti hanno, dai più ricchi ai più poveri, degli spazi di gratuità da dedicare alla trasformazione responsabile della società. La democrazia, infatti, non è prerogativa di un particolare ceto, ognuno di noi è chiamato a contribuire al bene della società, che è gratuito. Si tratta di spostare il desiderio dall’accumulo personale di potere e denaro verso un disegno di equità universale, che distribuisca gli “interessi” della gratuità, in ogni passaggio dell’economia quotidiana.
    Un esempio è Rebirth-Terzo Paradiso, un’opera di coinvolgimento mondiale, a cui ognuno partecipa con i propri mezzi apportando volontariamente e gratuitamente la propria capacità di formare e trasformare.

    Condivisione
    Un essere umano ha bisogno di un altro essere umano.
    Io sono l’uno o l’altro dei due. 
    Nessuno può accettare di essere veramente solo, la ricerca dell’altro è continua per tutti. Dio è stato creato come l’altro per ognuno. Le religioni sempre hanno messo Dio fra due persone per risolvere la drammatica difficoltà nel loro rapporto diretto. La connessione diretta fra individui è essenziale, lo scambio d'amore è importante ma non basta, ci vuole scambio di autorevolezza. Io devo essere autorevole per te e tu autorevole per me. Autorevole non vuole dire autoritario. Il sistema democratico è sostenuto da un’autorevolezza diffusa e ramificata fra le persone, cioè dalla possibilità e capacità che ognuno ha di garantire per l’altro. Io garantisco per te e tu garantisci per me. Si tratta di produrre fiducia reciproca. Se credere vuol dire avere fiducia, io devo poter credere in te e tu credere in me. Se noi due impariamo a sviluppare reciproca fiducia non dovremo temere il tradimento.
    Quindi i comandamenti diventano co-mandamenti, che vuol dire co-generare i mandamenti. Il governo democratico è co-mandamentale
    La condivisione di fiducia e di autorevolezza si estende alla dimensione delle piccole, medie e grandi comunità fino all’intera società. L’autorevolezza è ciò che ognuno cerca nell’altro, se non la trova in chi gli è vicino, si rivolge lontano. Nella distanza, come detto prima, aumenta però il rischio di truffa. La società democratica si forma fra persone che si conoscono da vicino e scambiano le reciproche capacità. Il web favorisce la possibilità di incontro a distanza mantenendo contemporaneamente un rapporto di prossimità fra le persone. In tal senso la politica partecipata prende dimensioni planetarie. È però necessario che in questi rapporti virtuali si ramifichi un’intesa etica, e che essi si intreccino con le esperienze condotte nella pratica reale.

    Dalla predazione alla domesticità
    La dimensione globalizzante della società contemporanea ci impone di affrontare l’attuale crisi diffusa a tutti i livelli: spirituale, culturale, politico, economico, ambientale, demografico. 
    Paghiamo le conseguenze dell’incompiutezza del processo, iniziato millenni or sono e sviluppato nell’ultimo secolo, teso a portare la nostra specie dallo stato animale a quello “umano” attraverso il progresso artificiale. 
    Specificatamente, non siamo ancora emancipati dall’istinto di predazione, che si reitera tutt'ora nonostante le possibilità offerte dal progresso scientifico e tecnologico di ricavare dalla natura il sostentamento necessario alla sopravvivenza della popolazione planetaria. Non solo abbiamo continuato a uccidere e mangiare ogni genere di animale, ma abbiamo applicato il concetto di razza all’interno della stessa specie umana, estendendo l’atto predatorio verso le persone, come fossero bestie, in modo da “nutrirci” di nostri simili.
    Così facendo si è trasposto al piano culturale il fenomeno della predazione animale; possiamo quindi parlare di un vero e proprio “cannibalismo culturale”.
    Questa pratica ha dato origine a due esiti alternativi nel rapporto fra individui: la guerra, che ha come conseguenza la sopravvivenza di uno solo dei due soggetti, oppure uno stato di sottomissione, sfruttamento o annichilimento da parte di una persona sull’altra. La storia ci mostra come i due esiti siano connessi, consequenziali e reiterati. 
    Nel momento attuale della vicenda antropologica, dunque, balza all’evidenza il contrasto abnorme fra il progredire delle conquiste scientifiche e l’arretratezza del comportamento in cui noi tutti rimaniamo inglobati; ed è su questa profonda discrepanza che è urgente intervenire. Possiamo infatti parlare di progresso soltanto emancipandoci dall’istinto naturale della predazione, che ancora condiziona le persone e determina il funzionamento dell’intera società. Perché questo avvenga, è indispensabile procedere prendendo a modello le realtà che già mostrano il superamento della natura predatoria.
    Sono realtà identificabili in una parola chiave: domesticità.
    È facile capire come il significato di questo termine offra soluzione al dilemma dell’incompiutezza umana considerando come gli animali che vivono con noi, in ambito domestico, siano portati a superare l’istinto di predazione. Il cane, da lupo predace, diviene mansueto e fedele compagno di vita.
    Estendendo il fenomeno della domesticità dal rapporto con gli animali alla relazione fra le persone, si può sviluppare una civiltà affrancata da quella condizione primitiva che ha finora giustificato il detto “homo homini lupus”.
    Per progredire nella formazione di una società evoluta è innanzitutto indispensabile stabilire un rapporto di pieno rispetto tra noi e gli animali. Penso, tra i casi  più ripugnanti, alle torture a cui vengono sottoposte le bestie prima di essere sacrificate alla nostra tavola. Esse soffrono esattamente come noi, anche se differiscono dalla nostra intelligenza. Dobbiamo renderci conto che l’atrocità che pratichiamo abitualmente sugli esseri animali, viene poi riversata comunemente sugli esseri umani. È dunque nella domesticità che si sancisce il rapporto di rispetto tanto verso gli animali quanto verso le persone. La domesticità è la realizzazione del desiderio di condividere i momenti e gli spazi della vita, ovvero è la pratica dello stare insieme con reciproca soddisfazione. In questo senso, l’appagamento del rapporto supera l’istinto ad assoggettare e “consumare” l’altro. 
    Un nuovo detto dovrebbe essere: fare per dare, e dare per avere, ovvero io nutro te e tu nutri me. In questo modo il concetto di “uso” è sovvertito: non si elimina l’altro a proprio vantaggio, ma si ottiene spontaneamente il beneficio di ciò che si è fatto e dato a soddisfazione dell’altro. Un beneficio che si estende non solo fra le persone, ma anche fra le persone e l’ambiente che le circonda. Abbiamo trovato il modo per ospitare gli animali addomesticandoli, siamo dunque noi a offrire all’animale l’opportunità di essere domestico. Come gli esseri umani lavorano insieme per avere possibilità di comune sostentamento, così si insegna agli animali a far parte del lavoro collettivo. Sapendo che questi hanno, allo stato embrionale, le medesime capacità di apprendimento sviluppate dagli umani stessi. Fra possibilità di apprendimento e ammaestramento ci può essere però un intervento coercitivo e violento dell’uomo sull’animale, cosa che peraltro accade molto spesso anche fra le persone nei contesti educativi. Questo tipo di ammaestramento è insito nella cultura predatoria e si attua a uso e consumo degli stessi ammaestratori. Bisogna sostituire a quelle pratiche una educazione famigliare e scolastica che sviluppi anche a livello interpersonale, quei rapporti empatici che si instaurano con gli animali quando lo scambio si allarga dal sostentamento al piano emotivo, producendo rispetto, fiducia e condivisione. È un modo di vivere le relazioni che dovrebbe divenire consuetudine nella società civile. L’idea che la domesticità possa essere un riferimento esemplare su cui improntare un’armonica convivenza va considerata seriamente, e approfondita, mettendo a confronto tanti pareri. Rimane comunque chiaro il fatto che il problema principale da risolvere, per ottenere questa armonia, è la fame. Il primo atto che attrae l’animale predatore verso la domesticità è l’offerta di cibo. Eliminata la fame, si passa alla fiducia, all’amicizia e alla reciprocità. 
    Così, nella società umana, risolto il bisogno di nutrimento, si può procedere stabilendo un rapporto equilibrato e pacifico in tutti gli altri aspetti della vita in comune.
    Il progresso scientifico-tecnologico, indirizzato verso l’etica e la sostenibilità, è in grado di assicurare il cibo alla popolazione dell’intero pianeta. È ormai soltanto questione di volontà. E questa deve essere impegnata nel cambiamento responsabile in ambito culturale, economico e politico. l’appetito di possesso e di potere porta invece al peggior uso della cultura e della scienza. Risolvere il problema della fame è dunque essenziale. Riuscendo a soddisfare il bisogno di nutrimento fisico sul piano globale, si arriva anche alla rigenerazione intellettuale degli esseri umani. Si ottiene così, nella domesticità, la destituzione del cannibalismo culturale. 
    In sintesi diciamo che avvalendosi nel miglior modo della scienza, della tecnologia e delle arti possiamo dare sostentamento all’umanità e arrivare a superare quell’istinto di predazione che in maniera elementare già hanno superato gli animali che vivono con noi.
    Non dimentichiamo che il termine domesticità proviene dal greco “dôma” e dal latino “domus”, la casa, che è la tana della convivenza.

    Dalla Democrazia alla Demopraxia
    In democrazia organizzare non vuol dire costruire la piramide del proprio potere, ma rispondere alla fiducia accordata producendo altra fiducia da restituire alla società.
    È necessario progettare e realizzare pratiche atte a rendere ineludibile il rapporto di fiducia nell’intera società, cioè tessere una rete di stretti rapporti interpersonali e intercomunitari che consentano l’immediata verifica dei processi della vita collettiva, attraverso la reciprocità di uno scambio continuo, non passivo e mai inerte.
    I sistemi monoculturali, dalla religione alla politica, fino alla monocoltura agroalimentare o all’accentramento dei processi economico- finanziari, riducono o annullano la possibilità di tessere questa rete di relazioni. Perciò, tali sistemi sottraggono la possibilità di controllo agli individui, relegandoli a un ruolo sostanzialmente passivo.
    L’eliminazione delle differenze produce cultura monoteistica e monopolistica e svitalizza i diversi singoli elementi. Cerchiamo dunque di attivare politiche in cui le persone possano avere una partecipazione diretta, assumendo pieno vigore nelle proprie capacità sia fisiche e pratiche, sia intellettuali e spirituali. La partecipazione dei cittadini non può più esaurirsi nella delega rappresentativa, ma nemmeno perdersi in un infinito dibattito. Occorre sviluppare metodi pratici per giungere a deliberazioni e azioni concrete, che incidano sulla vita reale dei singoli e delle comunità.
    Cittadellarte, dalla sua fondazione negli anni ’90, è un laboratorio in cui si sperimentano e si elaborano queste pratiche, indirizzate verso la partecipazione attiva delle persone nei processi che riguardano la società in ogni suo aspetto.
    Nel 2011 per la città di Bordeaux si è avviato un percorso di attività partecipative nell’ambito della Biennale d'Arte Urbana, denominata Evento, di cui ho curato, con Cittadellarte, la direzione artistica. In quell’occasione si sono aperti i Cantieri dei Saperi Condivisi, organizzati da artisti invitati a ideare e realizzare luoghi di incontro per la partecipazione di realtà come associazioni, quartieri, scuole, centri sociali e culturali. Il programma dei Cantieri è stato pensato in modo da offrire a tutti i cittadini la possibilità di scoprirsi capaci di condividere i propri saperi e le proprie aspirazioni per una partecipazione civica comune. Cittadellarte continua questa pratica attraverso il progetto Rebirth, realizzando, in paesi diversi, dei Forum che riuniscono membri di istituzioni pubbliche e private, imprenditori, docenti, ricercatori e soggetti attivi nella società civile. In ogni Forum si discutono ed elaborano temi e questioni che si tramutano in linee guida e programmi di azioni da svilupparsi in Cantieri di Trasformazione Responsabile della Società, operativi durante l’anno, al termine del quale i risultati conseguiti danno origine a un nuovo Forum.
    Si suddividono i partecipanti in gruppi di lavoro composti di 8-10 persone, dimensione che consente un effettivo dialogo e scambio interpersonale e permette di raccogliere il pensiero di tutti attraverso la mediazione di facilitatori, che in ogni gruppo stimolano la partecipazione dei singoli e curano l’elaborazione di sintesi condivise. Questo metodo, che riscontriamo essere già esercitato in casi e situazioni diverse, pensiamo possa essere utilizzato in maniera specifica per formare sistemi pratici di governance, con i quali organizzare le politiche a ogni dimensione.
    I forum sono i primi sistemi articolati di demo-pratica, singoli elementi organici che costituiscono la maglia fisica da cui prende forma il corpo sociale. I forum hanno una costituzione comune, ma ognuno è diverso, a seconda dei luoghi in cui si vuole applicare il sistema di governance.
    Con la partecipazione diretta dei cittadini alla gestione della “cosa pubblica”, il concetto di “potere” cambia radicalmente significato: anziché essere inteso come forza dominante, viene concepito come “poter fare” da parte di ciascuno e di tutti.
    Dunque, le espressioni che in qualche maniera ci riportano all’idea di potere come fenomeno sovrastante, monoteistico e monopolistico, non corrispondono al processo cui ci stiamo dedicando, teso a portare ogni persona ad assumere maggior libertà e maggior responsabilità nel contesto della società. Perciò, la parola potere, in greco “cratòs”, da cui viene il termine “democrazia”, non coincide con questo processo che si identifica con il “poter fare”. Al sostantivo democrazia intendiamo, quindi, sostituire la parola demopraxia, dal greco “praxis”, che significa pratica. Questo al fine di costituire una politica realmente “demopratica”.
    Sul progetto di demopraxia, pensiamo si debba improntare la formazione delle persone, partendo dalla scuola dell’infanzia fino all’università, perché questa attitudine demopratica sia integrata nei comportamenti quotidiani, in tutti gli ambiti della società.

    Homo Artisticus
    Quanto detto finora concerne un impegno assunto dall’Arte verso la società umana. L’impegno sta nel traghettare questa società attraverso e oltre il passaggio a cui è giunta. Questo mio “ultimo manifesto” non si conclude qui, ma voglio fare sinteticamente il punto di quanto è accaduto e sta accadendo rispetto alle prospettive per il nostro futuro.
    L’Homo Sapiens, da quando ha preso possesso del sistema umano, si è spinto via via verso il possesso del mondo intero. E oggi sta dimostrando, inequivocabilmente, questa capacità. L’Homo Sapiens ha capito di poter produrre in proprio ciò che la natura non ha finora prodotto. 
    Il passaggio dal Primo Paradiso, di quando eravamo totalmente integrati nella natura, al Secondo Paradiso, quello artificiale, si potrebbe dire che si concluda qui e ora: con la formazione dell’Homo Techno.
    Come essere vivente e come artista posso rimanere del tutto indifferente nell’assistere al passaggio dall’Homo Sapiens all’Homo Techno? Posso far questo trovandomi ad avere io stesso un piede dell’uno e un piede dell’altro dei due Homini? Come artista responsabile, voglio darmi un corpo che abbia questi due piedi. E reggendosi su entrambi sappia trovare un nuovo equilibrio. Riuscire in questo intento vuol dire dar vita all’Homo Artisticus, il quale, recuperando anche la latitanza dalla natura, è capace di condurci nel Terzo Paradiso.
     
    Il Lavoro
    L’universo esiste per il suo incessante lavoro. La vegetazione lavora, gli animali lavorano. Per necessità e con finalità diverse tutto e tutti lavorano. Per gli umani il lavoro esiste dal momento in cui ne identificano l’esistenza. Il disegno degli strumenti da caccia, sulle pareti delle caverne, sono conseguenti alla prima opera d’arte: l’impronta della mano. La scoperta della mano virtuale attiva l’idea che muove la mano fisica, la quale fabbrica e impugna lo strumento di lavoro.
    Possiamo dire che il lavoro unisce l’attività fisica del corpo a quella intellettiva della mente umana a partire dalla coscienza dell’esistere, dell’agire e conseguentemente della capacità di produrre. Il lavoro permette agli umani di acquisire una propria autonomia rispetto alla organizzazione predisposta dalla natura. È l’autonomia operativa che chiamiamo attività artificiale in quanto distinta dall’attività naturale.
    Il Lavoro dunque è intrinseco all’arte e genera l’arte-fatto.
    La notte, quando dormo, il mio corpo lavora a prescindere dalla mia volontà. Quando mi sveglio e mi alzo, metto in azione la mia volontà che essendo umana è artificiale. L’animale continua, anche da sveglio ad agire per istinto, secondo natura. L’umano “crea” strumenti e con questi strumentalizza la natura a suo vantaggio. Con la creazione degli strumenti nasce il lavoro artificiale e tale creazione prosegue fino allo sviluppo della tecnologia attuale.
    Questa mattina mi sono alzato e mi sono messo a scrivere queste righe, ho cominciato, dunque, il mio lavoro quotidiano. Avendo intrapreso decenni or sono il mestiere dell’artista, proseguo nel mio lavoro di interconnessione tra arte e vita, cioè tra natura e ogni genere di artificio esista o sia in processo di venire all’esistenza.
    In quanto artista lavoro per porre in equilibrio natura e scienza, umanità e tecnologia.
    Tra me e il mondo della società umana c’è il lavoro che unisce la libertà del fare alla responsabilità dell’agire.
    Il mio lavoro consiste nello sviluppare una coscienza dell’umano che corrisponda alla sua capacità di conoscenza. L’unione trinamica di coscienza e conoscenza produce uno sviluppo che porta all’equilibrio, che penso debba essere di per sé la più grande conquista del genere umano. Questo equilibrio si raggiunge con un lavoro di creazione mondialmente diffuso. È la creazione di un’opera d’arte di cui noi tutti siamo gli autori – Ecco cosa è l’homo artisticus.
    Come artista non mi limito all’utopia e non mi accontento della teoria, ma lavoro per realizzare l’opera e per far questo devo tradurre l’utopia e la teoria in realtà pratica.
    Per realizzare un’opera d’arte bisogna essere “operativi” dunque lavorare. Se l’opera è individuale il lavoro è circoscritto, se l’opera è collettiva il lavoro si estende e si articola in una vasta gamma di organizzazioni.
    Poiché l’opera consiste nell’equilibrio esteso e diffuso a dimensione dell’intera società, l’impegno lavorativo chiama veramente tutti a una intesa etica interpersonale, che sintetizzo in tre parole: equità, rispetto e fiducia.
    Già tutti lavorano, ma con finalità così divergenti da far pensare a distanze e contrasti irriducibili.
    Chi lavora mantenendo l’istinto predatorio ha certamente difficoltà a partecipare ad un equilibrio e un’armonia diffusi.
    Spetta all’iniziativa artistica di creare metodi che permettano il passaggio dal cannibalismo culturale alla cultura dell’“umano”. Tale passaggio può avvenire sviluppando la pratica della responsabilità condivisa, a partire dal lavoro. Il lavoro umano (come dall’inglese labour, parto) è l’attività generativa per eccellenza, dunque esso è antropologicamente “costitutivo”.
    Nel primo articolo della Costituzione Italiana sta scritto: La Repubblica Italiana è fondata sul Lavoro. Non si specifica quale lavoro, ma si intende il lavoro nella sua concezione più vasta. Questo fondamento prefigura un’armonia politicoeconomico- sociale includendo ogni specifica o particolare attività umana.
    L’articolo 1 della Costituzione Italiana dovrebbe essere assunto come articolo 1 per la RE-PUBBLICA della società planetaria.

    Demopraxia
    Questo manifesto, come lo si traduce in pratica?
    Come l'homo artisticus realizza il Terzo Paradiso?
    Come si passa dalla Democrazia alla Demopraxia?
    Cittadellarte, scuola laboratorio che prepara i cittadini allo sviluppo della Demopraxia, è il luogo di elaborazione di tali passaggi. E la formula della Trinamica, assunta e diffusa con il simbolo del Terzo Paradiso, è la matrice su cui si articola il processo realizzativo dell'intero progetto. Un intenso lavoro e un proficuo percorso sono già stati compiuti, a partire dal precedente manifesto “Progetto Arte” del 1994 nel quale si legge: “L'arte è l'espressione più sensibile e integrale del pensiero ed è tempo che l'artista prenda su di se la responsabilità di porre in comunicazione ogni altra attività umana, dall'economia alla politica, dalla scienza alla religione, dall'educazione al comportamento, in breve tutte le istanze del tessuto sociale”.
    Cittadellarte è nata sulla base di queste premesse. Detto ciò prendiamo ora in considerazione un più recente avvenimento che si è reso determinante per il conseguimento delle prospettive tracciate con il disegno del Terzo Paradiso.
    Il 21 dicembre 2012, data che conclude il calendario Maya, è stato popolarmente preannunciato come il giorno della fine del mondo. Il 21 dicembre, non a caso, corrisponde al solstizio d'inverno, nell'emisfero nord della Terra e al solstizio d'estate nell'emisfero sud. Quel giorno è stato, fin da tempi remoti, celebrato con la festa della rinascita. A Cittadellarte abbiamo deciso di riprendere quella celebrazione rinnovandone il significato in riferimento al processo di rigenerazione avviato con il Terzo Paradiso. Quel giorno è stato, dunque, denominato “Rebirth day”. Il momento della fine del mondo è diventato il momento della sua rinascita. Già nel primo evento Rebirth del 2012 hanno partecipato artisti, persone singole e intere comunità, istituzioni private e pubbliche in diverse parti del mondo con opere e avvenimenti significativi di un impegno assunto per il tempo a venire. È nato così il binomio Rebirth–Terzo Paradiso. Da quelle circostanze, un processo di estesa partecipazione si è sviluppato rapidamente nei diversi paesi del mondo. Il Simbolo Trinamico è stato ripreso e reinterpretato centinaia di volte, anche nell'ambito di istituzioni sociali e politiche internazionali. Molte collaborazioni, che hanno assunto un ruolo attivo e continuativo sono state identificate con la specifica denominazione di Ambasciate “Rebirth–Terzo Paradiso”. Via via nuove Ambasciate stanno nascendo un po' ovunque nel pianeta e queste sono i principali agenti dell'effettiva e pratica realizzazione del progetto Terzo Paradiso. Ciascuna nel suo specifico territorio, non soltanto organizza eventi in occasione del Rebirth-day, ma costituisce una sede stabile per la realizzazione di programmi continuativi, interconnessi con il tessuto culturale, socio-economico, e civile, in rete con Cittadellarte e tutte le altre Ambasciate. L'obbiettivo comune è quello di articolare nella pratica concreta le prospettive delineate dal Terzo Paradiso, in ogni settore di attività umana.
    L'impegno delle Ambasciate è specificatamente rivolto all'attuazione del passaggio dalla tradizione democratica all'innovazione demopratica.
    Qual è la logica che guida questo questo cambiamento? E quale ruolo svolgono le Ambasciate? Per rispondere a queste domande partiamo da un breve sguardo rivolto alla storia.
    Rileggendo il capitolo intitolato Il Percorso e il capitolo Democrazia, vediamo come l'organizzazione religiosa e politica che governa le società umane dai primordi, trovi la sua ragion d'essere nel comune bisogno di protezione. Nella pratica questo bisogno divide la comunità in due parti totalmente sproporzionate: da un lato, la quasi totalità delle persone che cercano protezione e dall'altro un ristretto numero di soggetti che si assumono il ruolo di offrirla. Questi ultimi, nelle società teocratiche, sono i rappresentanti della divinità che è identificata con il grande potere, cioè quell'entità che può tutto, così come per ciascuno, nell'infanzia, è la figura materna. Negli antichi grandi regni e imperi, vediamo come un singolo individuo riunisca nella stessa persona dio e il faraone, o il re o l'imperatore. Questi capi assoluti costituivano la sommità del potere. Nei sistemi politeistici, al di sotto di questo potere, si moltiplicavano le divinità, con le loro caratteristiche distintive che idealizzavano aspetti della vita in cui ciascuno poteva più o meno riconoscersi. Quelle divinità possono essere paragonate alle moderne associazioni politiche e i loro templi alle cellule dei partiti. Le prime si occupavano di raccogliere le deleghe sotto forma religiosa così come i partiti oggi si occupano di raccogliere le deleghe sotto forma politica: in questo modo, in tempi e modi diversi, si distribuisce il sistema di potere.
    Le organizzazioni religiose e politiche procedono nella gestione della sempre maggiore complessità delle comunità umane che passano dalle tribù alle città, agli stati: la ricerca della protezione perdura nella delega che il popolo concede a questo sistema piramidale di organizzare ogni dettaglio dell'articolata compagine sociale. Questa protezione si realizza a un prezzo altissimo per il popolo, che subisce la sottomissione, l'asservimento, lo sfruttamento, le sofferenze e la miseria che portano nei secoli a violente rivolte e sanguinose rivoluzioni. La nozione di democrazia nasce dal bisogno di superare queste contraddizioni tra la protezione e il sopruso, riconoscendo al popolo il diritto di sovranità. La democrazia è un antico progetto, ma contiene in sé il vizio delle forme di governo che si vogliono superare: l'idea di potere rimane insita nella stessa parola democrazia, pur se intesa come potere del popolo. Perché è proprio la parola potere a impedire alla democrazia di realizzarsi? Perché il popolo è costituito da tantissimi individui separati l'uno dall'altro i quali individualmente non possono avere potere. Cercando forme di aggregazione si è pensato che attraverso le ideologie le persone potessero intendersi e trovare uno scopo comune. Così sono nati i partiti politici, ciascuno dei quali secondo una propria ideologia, similmente alle antiche religioni, raggruppa l'informe moltitudine degli individui in “parti” di società. Tra l'ottocento e il novecento si sono formate due grandi ideologie, come due grandi partiti, che hanno portato le persone a essere partecipi dell'una o dell'altra. Questa dualità corrispondeva alla divisione tra proprietari di capitale, prima terriero, poi industriale, da una parte, e operai dall'altra: la grande destra e la grande sinistra. In Inghilterra, i conservatori e i laburisti. Queste due ideologie si reggevano su una base pratica e quindi avevano una forte consistenza. Esse potevano realmente offrire ai loro aderenti una forma di protezione difendendo sia gli interessi, sia l'identità delle persone nelle due parti. Anche le guerre, che guidate dall'alto hanno dilaniato l'umanità, hanno avuto la funzione di legare il popolo in un'idealità identitaria. Sia nella guerra che nella pace, la democrazia si è identificata con il bene comune, ma si è divisa in due parti: il comunismo e il capitalismo. Il comunismo ha tradito il suo stesso nome, diventando dittatura. Mentre il capitalismo ha portato il bene comune a coincidere con la crescita incondizionata del consumismo.
    Nel 1989 crolla l'ideologia comunista e rimane solo quella capitalista.
    Ne consegue un potere sempre più globalizzato, al di sotto del quale proliferano i partiti politici democratici come una moltitudine di “sotto-divinità”. Ognuno di questi crea una sua singolare ideologia e le ideologie si moltiplicano per quanti sono i partiti. Ciascuno re-instaura il rapporto di protezione e chiede delega ai cittadini. A ogni elezione, via via da comunali a regionali a nazionali, gli eletti si allontanano sempre più dalle necessità pratiche e contingenti dei loro elettori per giocare una loro personale partita al vertice. Lasciano così un vuoto che, assommato a quello di tutte le ideologie partitiche insieme, diventa un “grande vuoto” e finalmente crolla l'illusione della protezione. Questa persiste soltanto nelle forme di clientelismo riservato a pochi, mentre i più rimangono esclusi e lontani.
    Nella realtà dei fatti, dunque, i delegati portano con sé il potere espropriandolo al popolo, il quale tende progressivamente a dissociarsi e allontanarsi dalla vita politica. Di fronte a questo scenario, ci rendiamo conto che i partiti non hanno più una necessità di esistenza nell'organizzazione della società. Servono metodi inediti, organizzazioni innovative, strumenti e dispositivi utili a reimpostare il funzionamento della res publica.
    Ecco perché abbiamo impostato un sistema che permette di passare dalla Democrazia alla Demopraxia. Questo passaggio avviene attraverso l'attività delle Ambasciate Rebirth-Terzo Paradiso. Esse strutturano e organizzano ciascuna nel proprio territorio i Forum e i Cantieri della Demopraxia.
    Che cosa sono e come si organizzano i Forum e i Cantieri? Le Ambasciate ne conducono la regia. Innanzi tutto individuano associazioni di categoria e di ogni altro genere, istituzioni, fondazioni, imprese, organizzazioni pubbliche e private, profit e no profit, enti, comitati, circoli, gruppi di lavoro e ogni altro tipo di organismi che raggruppino gli individui su degli specifici argomenti e interessi nel territorio in cui opera l'Ambasciata Rebirth-Terzo Paradiso. Quindi invitano un o una rappresentante per ciascun organismo a partecipare al Forum. Questo si sviluppa in un incontro di tre giorni. Come base di intesa, vengono individuati degli argomenti di interesse generale, tra cui i 17 obbiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Partendo da questi obbiettivi si scelgono dei temi specifici, maggiormente rilevanti nel territorio. I lavori del Forum si svolgono alternando sessioni plenarie a tavoli composti da massimo dieci persone a cui siedono i rappresentanti di ciascun organismo. Ogni tavolo, coordinato da un facilitatore o facilitatrice, raccoglie le istanze, i problemi, le esperienze e le proposte dei partecipanti ed espone, in plenaria, le intese raggiunte che vengono confrontate con quelle degli altri tavoli. Le proposte risultanti vengono inquadrate e si combinano in un programma che si realizza nei dodici mesi seguenti: tale programma di attività articolate e condivise prende il nome di Cantiere. Il Cantiere procede interconnettendosi con molte e diverse realtà del tessuto sociale, nell'impegno di realizzare le proposte emerse dal Forum e di assumerne altre in corso d'opera. Al termine dell'anno di lavoro è previsto un altro Forum in cui si portano i risultati raggiunti dal Cantiere. L'alternanza Forum - Cantiere prosegue nella connessione continua dei diversi organismi del tessuto sociale.
    I partecipanti al Forum, a differenza degli eletti nel sistema dei partiti, non si separano, né acquisiscono indipendenza dall'organismo che rappresentano in quanto non possono che continuare a farne parte, riportando al Forum le necessità provenienti dalla propria organizzazione e a essa i risultati del Forum.
    Nell'esperienza fatta finora, un numero opportuno si è dimostrato essere quello di circa cento partecipanti, ciascuno dei quali rappresenta un organismo che può raggruppare decine, centinaia o migliaia di persone. I Forum messi in connessione fra loro coinvolgono pian piano l'intera società, toccando così tutti gli aspetti della vita comune. I Forum e i Cantieri sono portatori di istanze e proposte destinate a orientare le scelte nelle sedi parlamentari e governative. Questo sistema si integra con le articolazioni istituzionali amministrate da persone elette dal popolo, con metodi alternativi a quelli partitici.
    In questo modo, i cittadini che lavorano insieme nei Forum e nei Cantieri riempiono lo spazio vuoto che li separava dalle istituzioni di governo a cui forniscono proposte e su cui esercitano il controllo. Tale pratica sostituisce l'impianto partitico.
    E questo è un cambiamento fondamentale dell'intero sistema politico perché porta all'attuazione della Demopraxia. Infatti esso permette a ciascuno di avere un ruolo politicamente attivo sia nel proprio territorio, con le proposte che può portare direttamente, sia nella società allargata, attraverso le combinazioni che si producono nella partecipazione estesa a tutti.
     

    Michelangelo Pistoletto
     
     
    Prima versione “OMNITEISMO E DEMOCRAZIA”, 2012, a cura di Ruggero Poi
    Seconda versione “OMINITEISMO E DEMOPRAXIA”, 2016, a cura di Chiara Belliti
     
     
    CITTADELLARTE EDIZIONI, BIELLA 2012-2016
     
     
    NOTE:

    1. La Demopraxia supera il concetto di Democrazia. Nel percorso per arrivare a definire questo termine, ritengo necessario, per una maggior comprensione, utilizzare ancora il sostantivo democrazia. 
    2. Luogo di Raccoglimento multiconfessionale e laico, realizzato nel 2000 presso l'Istituto oncologico Paoli-Calmettes di Marsiglia.
    3. È storica la decisione di imporre una fede monoteistica da parte del Faraone Achenaton nel XIV secolo a. C. ragione per la quale è stato denominato L'Eretico, tentativo che nell'Antico Egitto non ha avuto seguito. 
    4. “L'Arte della Demopraxia”, P. Naldini, in Arte al Centro di una Trasformazione Sociale Responsabile, Edizioni Cittadellarte - ottobre 2012.
     
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