I Malus. Una storia della mela

Dove:
Sala colonne, Cittadellarte
Quando:
Dal martedi al venerdi dalle 10 alle 13, il sabato e la domenica dalle 11 alle 19
Temi:
Arte, natura, cibo

mostra

Mostra a cura di andrea caretto | raffaella spagna in collaborazione con "Let Eat Bi"

C’era una volta una mela a cavallo di una foglia 
cavalca, cavalca, cavalca,
insieme attraversarono il mare e impararono a nuotare.
Arrivate in cima al mare dove il mondo diventa piccino,
la mela lasciò il suo vecchio vestito e
prese l’abito da sposa più rosso, più rosso.
La foglia sorrise, era la prima volta di ogni cosa.

Riprese la mela in braccio e partirono. […]
Area-Demetrio Stratos, La mela di Odessa

La mostra I Malus. Una storia della mela a cura degli artisti Caretto|Spagna nasce dal desiderio di mettere in relazione la realtà contadina e artigianale, la conoscenza ed esperienza degli appassionati pomologi e dei produttori locali della comunità di “Let Eat Bi - Il Terzo Paradiso in terra biellese” con la sensibilità, gli interessi e le pratiche degli artisti contemporanei.

“L’idea di una mostra “sulle mele” è nata dalla proposta di alcuni membri dell’Associazione Let Eat Bi - il Terzo Paradiso in terra biellese, in particolare da Paolo Naldini e Gigi Spina, che hanno sentito la necessità di collegare la grande Mela Reintegrata di Michelangelo Pistoletto realizzata in occasione dell’Expo a Milano, con il lavoro realizzato in questi anni sul territorio biellese.
Partendo da questa premessa Let Eat Bi e Cittadellarte hanno cooperato invitando il duo di artisti torinesi Caretto e Spagna a concepire e realizzare la mostra. Let Eat Bi ha curato il percorso di attraversamento del territorio che gli artisti hanno seguito in una residenza connettiva, che li ha portati a esplorare il biellese conoscendo le storie delle persone che hanno dedicato la vita intera alle mele, i loro saperi, gli aneddoti antichi e la contemporaneità di questa terra, le aziende agricole, i loro prodotti.”
Armona Pistoletto, Presidente Let Eat Bi

Testo curatoriale di Cecilia Guida
La mostra I Malus. Una storia della mela a cura degli artisti Caretto|Spagna nasce dal desiderio di mettere in relazione la realtà contadina e artigianale, la conoscenza ed esperienza degli appassionati pomologi e dei produttori locali della comunità di Let Eat Bi - Il Terzo Paradiso in terra biellese con la sensibilità, gli interessi e le pratiche degli artisti contemporanei, in occasione della nuova opera di Michelangelo Pistoletto Terzo Paradiso – La Mela Reintegrata realizzata per “Expo Milano 2015 - Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e in seguito donata alla città di Milano. Questo progetto, svolto in dialogo con Let Eat Bi, dà avvio al nuovo programma residenziale per artisti internazionali di Cittadellare: la “Residenza Connettiva”, che ha come obiettivo stimolare e generare connessioni tra le ricerche degli artisti ospiti e i progetti degli Uffizi.
Caretto|Spagna, in questa occasione nelle vesti di artisti e curatori, come talvolta avviene nella modalità della loro pratica artistica, sintetizzano con un ricco allestimento il percorso – di studio, di incontri, di narrazioni, di organizzazione, di lavoro materiale – intrapreso in questi tre mesi in residenza nel territorio biellese e ancora non del tutto esaurito. Sono presentate opere nuove, frutti estetici e critici, di una ricerca artistica, lasciata volutamente aperta e in fieri, su un tema inedito del quale qui si racconta una storia tra le tante, che non è ancora stata narrata: quella della mela dei produttori locali biellesi. Il discorso si estende, ponendo a fianco di una tensione tra il locale e l’universale, corto-circuiti logici e somiglianze inimmaginabili, rimbalzi speculari tra il mondo dell’arte e l’universo della mela. La diversità, la conservazione della memoria, il collezionismo: queste corrispondenze risultano essere l’aspetto più interessante del progetto. La mela rappresenta una fonte di energia, esprime la possibilità della vita ed è metafora dell’arte.
Il titolo I Malus fa riferimento al nome latino (Malus) usato in campo botanico per indicare il melo, genere che contiene una quarantina di specie tra cui Malus domestica (o Malus communis), la più comune e tra le più antiche specie di alberi da frutto domesticate dell’essere umano. I Malus (che ricorda per assonanza la “I” della società tecnologica composta di iPhone, iPad, iMac etc., così come vuole la nota azienda dal nome “Apple”) dà il nome, e nominando afferma l’esistenza di una soggettività, dà alla pianta del melo la parola, gli conferisce lo statuto di organismo che racconta la sua propria storia (una tra le tante che si potrebbero raccontare) dalla sua origine selvatica fino al suo esatto opposto: l’esasperata domesticazione caratteristica dell’agricoltura industriale. La pianta di mele ha accompagnato tutta la storia dell’uomo, dal mito di Paride ed Elena, all’episodio biblico di Adamo ed Eva nell’Eden, all’impresa leggendaria dell’abile Guglielmo Tell, al noto aneddoto di Newton, tanto per citarne alcuni. Il melo è stato modificato attraverso una lunga opera di selezione, fino ad acquisire caratteri quasi opposti rispetto al melo selvatico ancestrale, il Malus sieversii. Questa specie arcaica di Malus, originario delle montagne dell’Asia centrale e considerata la progenitrice del melo domestico, si caratterizza come pianta molto adattabile, longeva, resistente alle malattie e produttrice di frutti comparabili alle migliori varietà presenti oggi sul mercato. Il melo domestico, che, come dice il nome stesso, è stato domesticato, è invece diventato progressivamente più debole, facilmente soggetto ad attacchi parassitari, con un apparato radicale poco vigoroso, a causa della selezione che ha privilegiato quei caratteri più adatti a una produzione di tipo industriale per il mercato globale.
La mostra è il tentativo di raccontare la storia di questa evoluzione, come dice il sottotitolo Una storia della mela, di mostrare il genere senza linearità ma nei suoi frammentari e specifici aspetti, “spot” di natura iconologica, storica, biologica, antropologica, naturalistica, processuale, espositiva, materiale, narrativa, commerciale, e di sintetizzarne l’essenza con i linguaggi, le forme e le pratiche dell’arte.

Tra questi “spot” il primo è la Sezione di Mela Aurea, una piccola ma preziosa icona, scelta come il simbolo della mostra, realizzata a partire dalla scansione di una sezione trasversale di una mela, che è stata in seguito solarizzata. Come mostra l’immagine, la sezione trasversale della mela evidenzia le cinque camere dell’ovario con dieci punti intorno (sono il segno degli stami del fiore); tale conformazione “a stella” delimita un pentagono, che è la struttura di base della sezione aurea, e contiene il principio generatore che regola molte delle forme presenti in natura, permettendo ai due artisti di sviluppare uno dei temi chiave del progetto espositivo: il passaggio progressivo dal particolare/ il territorio biellese, al generale/ l’universale. Il procedimento della solarizzazione fa sì che l’immagine diventi una specie di icona “sacra” dai colori blu oltremare e oro, che da un lato rimandano ai cieli stellati di Giotto e agli affreschi medievali, dall’altro alle migliaia di immagini visibili in Rete che visualizzano la materia oscura dell’universo.
Il lavoro Esercizio di memoria è una doppia proiezione che vede come protagonista l’agricoltore e ricercatore indipendente Marco Maffeo, tra i massimi esperti di mele del biellese e membro della rete “Let Eat Bi”. Il lavoro fa riferimento alla memoria genetica, culturale e commerciale legata alla coltivazione della mela, e al rapporto tra la biodiversità e l’utopia della conservazione immutata della varietà. Nella prima traccia video il protagonista, ripreso molto da vicino mettendo in risalto il paesaggio del suo volto, si cimenta in una vera e propria prova di memoria nel tentativo di ricordare tutti i nomi delle varietà di mele che conosce, impresa non proprio facile dal momento che ne esistono centinaia, anzi migliaia tipi diversi, essendo il melo una pianta facilmente ibridabile. All’inizio Maffeo è sciolto e ricorda i nomi senza problemi, pian piano sopraggiunge la fatica e comincia a fare delle pause, sempre più lunghe, si sforza di ricordare, riprende, sino a quando desiste. A posteriori si accorge di non aver citato alcune varietà molto comuni, che pur conosce bene. Comunque, in circa tredici minuti (tanto è la durata del video) nomina più di duecento varietà, seppure ne conosca molte di più, e i nomi, pronunciati dall’uomo con un accento piuttosto marcato, accompagnano il pubblico in visita risuonando nello spazio della mostra.
Nel secondo video Maffeo è ripreso in posizione immobile (come un guardiano) nel suo frutteto sperimentale, una sorta di banca genetica delle antiche varietà di mele, dove coltiva e riproduce circa centottanta varietà. Attraverso la pratica dell’innesto, l’agricoltore lavora cercando utopisticamente di perpetuare ad aeternum la conservazione di un patrimonio genetico ma allo stesso tempo, esprime lo sforzo umano di conservare la memoria dei luoghi e di una tradizione. Opponendosi alla banalizzazione e alla semplificazione delle varietà di mele operata dal mercato ortofrutticolo globale, l’agricoltore-vivaista resiste di fronte all’impoverimento genetico del Malus domestica, e lo fa, paradossalmente, attraverso una tecnica artificiosa: la pratica tradizionale della raccolta delle marze e del loro innesto. Si tratta di una tecnica di clonazione di un medesimo corredo genetico, che pur scostandosi dalla riproduzione attraverso il naturale processo di impollinazione incrociata tipico del melo, permette la sopravvivenza di migliaia di varietà, altrimenti destinate all’estinzione in contesti antropizzati come quelli in cui viviamo.
A questo punto dalla sala, salendo su una pedana di legno, si esce sul terrazzo, dove i due artisti, attraverso un’azione di “sfondamento” della finestra dell’edificio, hanno creato un passaggio verso l’esterno – una sorta di zona di scambio tra il dentro e il fuori – e hanno ricostruito in dimensioni ridotte il giardino-vivaio di Maffeo. In questo giardino dal titolo I Malus_ vivaio si possono vedere più di settanta meli di varietà diverse, tutti in vendita per il possibile visitatore-acquirente. La possibilità dell’acquisto, insieme al passare delle stagioni (la mostra chiuderà a fine ottobre), rendono l’intervento artistico consumabile e modificabile, mai uguale a se stesso durante il tempo dell’esposizione.
Prove di Rettificazione_James Grieve X Granny Smith è un elemento lineare in legno, lungo 9 metri, sospeso in diagonale nello spazio espositivo, una sorta di innesto/ibridazione tra due rami di varietà diverse di melo, James Grieve e Granny Smith, provenienti, anche in questo caso, dal frutteto di Maffeo. I due rami originari sono stati tagliati in piccoli pezzi e in seguito ricomposti secondo classi diametriche cercando di eliminare il più possibile le curve, in modo da ottenere una linea retta. Questo artefatto scultoreo, risultato anormale di un violento gesto umano di semplificazione delle forme naturali e di rettificazione letterale di un ramo, che per sua natura è di forma complessa, è la rielaborazione di un precedente lavoro di rettificazione operato dai due artisti su quattro rami trovati sulle rive del fiume Rodano in Francia. Questo gruppo di opere, dal titolo Essais de Rectification, sono delle sperimentazioni che indagano la questione di come la forma delle cose sia una proprietà emergente dal contesto, espressione di un campo di forze, e di come essa sia portatrice di informazioni incorporate.
Falsi Frutti è un’installazione che presenta la riproduzione in cera di centocinque mele di antiche varietà tradizionali piemontesi, sia autoctone sia importate, realizzate dal ceroplasta Davide Furno, abitante di Occhieppo Inferiore in provincia di Biella. I frutti artificiali sono realizzati a partire da calchi di frutti veri, seguendo la tecnica elaborata dal famoso ceroplasta di fine Ottocento Francesco Garnier Valletti. “Falso frutto”, e non un frutto vero e proprio, è la mela stessa dal punto di vista botanico, poiché essa non si origina solo dall’ovario ma anche da un’altra parte del fiore (il ricettacolo) che si ingrossa a formare una struttura carnosa (tecnicamente il vero frutto della mela sarebbe il torsolo). Le centocinque mele dall’aspetto “metallico” di Furno sono esibite come fossero oggetti scultorei su ripiani di vetro a diversi stadi di lavorazione: grezzi, appena sfornati dallo stampo, semilavorati e rifiniti. Caretto|Spagna invitano il visitatore a concentrare l’attenzione sulla morfologia di ogni singola varietà anziché sull’aspetto cromatico dei frutti. La diversità di forma indica la diversità della specie della mela ma, poiché le mele in esposizione sono fatte di cera e hanno la forma di gusci vuoti, ciò che esse esprimono è uno svuotamento, una “falsa” diversità, frutto di un’altra selezione e conservazione.
Seguendo il percorso della mostra e in posizione quasi speculare rispetto alla pedana che porta all’esterno nel giardino/ vivaio di Maffeo, si trova, all’altezza della finestra che offre una bella vista sul torrente Cervo, un’altra pedana di legno sulla quale si ha una particolare visuale della mostra dall’alto. In quest’area i visitatori possono sostare per vedere sequenze di immagini e consultare i materiali raccolti dalla rete biellese e selezionati dagli artisti per questa occasione, sdraiarsi sui cuscini, seguire per qualche minuto il processo di fermentazione della “madre” dell’aceto, prepararsi delle tisane alla mela, o semplicemente concedersi dei momenti di relax. 
Seguendo il percorso della mostra e in posizione quasi speculare rispetto alla pedana che porta all’esterno nel giardino/ vivaio di Maffeo, si trova, all’altezza della finestra che offre una bella vista sul torrente Cervo, un’altra pedana di legno sulla quale si ha una particolare visuale della mostra dall’alto. In quest’area i visitatori possono sostare per vedere i documentari e consultare i materiali raccolti dalla rete biellese e selezionati dagli artisti per questa occasione, sdraiarsi sui cuscini, seguire per qualche minuto il processo di fermentazione della “madre” in aceto, prepararsi delle tisane al gusto di mela, o semplicemente concedersi dei momenti di relax. Sono inoltre esposti per la vendita i prodotti della rete “Let Eat Bi”, unico elemento nuovo nelle mostre di Caretto/ Spagna ma naturale parte integrante all’interno di questo progetto “collaborativo”.
L’ultimo racconto narrato in questa storia della mela è quella dell’orso vegetariano delle montagne del Kazakistan, di cui i due artisti sono venuti a conoscenza attraverso la visione del film documentario “Les Origines de la Pomme” della regista francese Catherine Peix. Nel corso dei millenni questo orso si è nutrito soprattutto delle mele più dolci e più grosse, delle specie migliori insomma, diventandone così il primo selezionatore della specie, ben prima dell’essere umano. È forse la giusta conclusione di questa storia sulla domesticazione, sugli istinti dell’essere umano rispetto al non umano e alle forze incontrollabili della natura?
Cecilia Guida