The phenomenon of art activism is central to our time
because it is a new phenomenon.
Boris Groys, “On Art Activism”

Ormai al terzo anno e avendo alle spalle la lunga storia di residenza per artisti internazionali (2000-2013), il nuovo formato di UNIDEE-Università delle Idee di Cittadellarte propone un modello educativo basato su “altre” modalità per fare esperienza dell’incontro tra teoria critica, attivismo e pratica artistica non secondo rapporti di subordinazione ma piuttosto attraverso livelli di interazione, scambi, interferenze reciproche. A Cittadellarte ogni settimana, all’interno di moduli laboratoriali e seminariali moderati sapientemente da un mentore con il supporto di un ospite, gruppi di partecipanti sempre diversi provenienti da ogni parte del mondo si confrontano in modo serrato sulle relazioni tra arte e sfera pubblica a partire da pratiche differenti e attraverso collegamenti tra varie discipline (dalle arti visive alla teoria politica all’economia alla musica etc.).

L’intreccio tra le loro parole, i discorsi, le azioni, le immagini, le opere e i “pre-testi” per altre opere tesse ogni settimana, in modi e forme diverse, un ambiente comune di pensiero e azione, dove la condivisione demopratica (dal neologismo “demopraxia” che declina il potere del demos come esercizio di pratiche) e circolare dei significati, dei saperi e delle percezioni non è solo il risultato finale del processo attivato nel modulo ma anche lo strumento per passaggi ulteriori che ogni partecipante svilupperà singolarmente o in gruppo nella sua ricerca accademica e progettazione artistica.

In rapporto di continuità metodologica e di relazione semantica con le parole chiave scelte per il 2015 (temporalità, responsabilità e partecipazione) e per il 2016 (ricerca, dono, alterazione), nel corso del 2017 si esamineranno con un approccio interdisciplinare altri tre macro-temi, quali rivoluzione, desiderio e mediazione, centrali sia nel dibattito socio-politico contemporaneo sia nelle pratiche dei numerosi attori (artisti, curatori, istituzioni pubbliche e private, organizzazioni etc.) operanti nella sfera pubblica. Ispirata alle parole di Michelangelo Pistoletto: "Il Terzo Paradiso forma la base di una nuova visione educativa impegnata a ogni livello formativo, necessaria ad avviare la terza fase dell’evoluzione umana, quella della responsabilità, dopo l’età ancestrale dell’inconsapevolezza regolata dalla natura e l’era della conoscenza generata dal progresso artificiale”, UNIDEE è una scuola sperimentale che usa le metodologie, le pratiche, i linguaggi dell’arte e le forme dell’attivismo per educare “artivatori”, ovvero agenti per l’organizzazione di azioni e processi responsabili di cambiamento nei contesti sociali in cui vivono.

Il termine rivoluzione in origine era astronomico e indicava il moto degli astri, dunque un movimento ricorrente e ciclico. La parola viene dal latino revolvere, composta da re-ancora e volvere-volgere, e significa letteralmente “voltare di nuovo” e non solo “rovesciare”, come si è diffusa nell’uso comune. Re-volvere, riferendosi all’azione di girare due volte lungo una curva per ritornare al punto di partenza, svela così un senso ambivalente e di cambiamento apparente. Se applicata alla politica, la parola significherebbe che le forme di governo note si ripresentano in eterni ricorsi, il che, da una parte, è molto lontano dall’idea di tutti i rivoluzionari di agire per la caduta di un vecchio ordine e l’instaurazione di uno completamente nuovo, ma dall’altra, è purtroppo molto vicino agli esiti reali di questi fenomeni, dalla rivoluzione francese a quella russa fino ad arrivare alle recenti rivoluzioni arabe. Conseguentemente e in linea con la Scuola delle Annales, alla rivoluzione preferiamo la sua antitesi “evoluzione”, ovvero il manifestarsi quotidiano, lento e continuo di cambiamenti strutturali della società (in questo senso, le rivoluzioni industriali rappresenterebbero un’evoluzione plurisecolare che avvia un lungo processo di trasformazione economica mondiale).

Il termine rivoluzione è usato per la prima volta nella sfera politica nel XVII secolo, a indicare quando, nel 1660, in Inghilterra fu restaurata la monarchia dopo che fu rovesciata la dittatura di Cromwell; quindi, appena il concetto entrò nella sfera politica, significò “restaurazione” (H. Arendt, Sulla rivoluzione, 1963). Il momento in cui la rivoluzione assunse una forma definitiva e fece la sua comparsa concreta è in occasione della rivoluzione francese e americana, anche se entrambe ebbero inizio sotto la guida di uomini che credevano che il loro compito fosse restaurare un antico ordine: avevano quindi un preciso progetto in mente.

La protesta, dal latino protestari (con il significato di “dichiarare pubblicamente la propria volontà”, nonché di “testimoniare” vista la presenza della radice etimologica testis-testimone), non si allinea con il progetto rivoluzionario, in quanto contiene in sé la pratica della ricerca, dell’attraversare fino alla fine un evento nella speranza di trovare il proprio oggetto, di elaborarne il senso, di esserne “formati”: la protesta è dal basso, a protestare è l’informe, sono in genere gli studenti, i lavoratori, le folle.

La rivolta si distingue invece dalla rivoluzione, poiché è circoscritta da precisi confini temporali e spaziali, è “una sospensione del tempo storico”, nel cui istante i partecipanti si auto-identificano deliberatamente come parte di una collettività (F. Jesi, The Suspension of Historical Time, 1968).

È possibile immaginare altre forme di protesta oggi? Come coniugare rinnovamento politico e sperimentazione artistica per una riorganizzazione della società successiva a fenomeni rivoluzionari?


Nel concetto di desiderio (dal latino de-siderium, derivato di de-siderare nel senso di “allontanare lo sguardo dalle stelle”) è contenuto il movimento della volontà verso qualcuno o qualcosa che manca, che piace, per cui si prova affetto. Pertanto, nell’origine semantica della parola sono compresenti sia il “desiderio dell’altro” (in senso soggettivo e oggettivo) sia il “desiderio d’altro” (in senso impersonale e personale).

Jacques Lacan nel suo VII seminario sull’etica della psicoanalisi (1986) afferma che per il soggetto è più etico agire in conformità con il proprio (inconscio) desiderio che modificare il proprio comportamento agli occhi del grande “Altro” (società, famiglia, leggi). Il filosofo francese collega questa posizione etica alla figura di Antigone la quale, quando il fratello muore, infrange la legge per sedere vicino al suo corpo fuori dalle mura della città. Antigone è il soggetto che non rinuncia al proprio desiderio perseverando in ciò che sente di dover fare. Tuttavia, una tale concentrazione sui bisogni individuali non implica un’esclusione del sociale ma, al contrario, avviene sullo sfondo delle regole e degli obblighi della società. Dare potere al desiderio significa porsi la questione dell’altro in termini critici e non conformistici o buonisti, e implica la possibilità della produzione di una frattura tra il soggetto e la collettività.

Il “desiderio d’altro” è la forma di eccesso dell’identità precaria che ha il bisogno reale e simbolico di nutrirsi, “aumentarsi”, alterarsi come forme di alienazione. “Quanto più l’energia dell’essere umano viene investita nell’attività produttiva, tanto più egli accresce la potenza del suo nemico, il capitale, e tanto meno gli resta per se stesso” (Franco Berardi Bifo, L’anima al lavoro, 2016). Il progresso tecnico-scientifico gioca in questo caso un ruolo essenziale, in quanto la mutazione tecnologica consente al vivente – e tanto più all’essere umano, date le doti particolari del proprio linguaggio/ pensiero – di desiderarsi sempre altro da sé per essere più potentemente se stesso. È questa dimensione “siderale” che l’Internazionale Situazionista ha circoscritto nella definizione di “società dello spettacolo” (G. Debord, 1967), e che le scienze sociali hanno “ristretto” nella categoria di capitalismo. L’attuale sistema di produzione e consumo ci impedisce di affrontare un qualsiasi argomento che possa esser svincolato dal presente: tutto rimanda al presente, tutto riguarda il presente, il presente va prodotto continuamente e continuamente consumato, in un vortice che diventa sempre più veloce, nel cambiare forma e sostanza. Tale “ideologia del presente” sembra paralizzare ogni sforzo teso a pensare “altro”, il diverso, le alterazioni.

Come desiderare di immaginare il futuro prescindendo dalla logica del consumo? Possono gli artisti organizzare momenti, luoghi, situazioni per cercare ed esperire altre possibilità di pensiero e azione?


Si attribuisce alla parola mediazione un significato in genere “mediocre”, “moderato” e, quindi, un po' negativo. Invece, ciò che sta nel “medio” tra due polarità e ciò che il “medium” rappresenta sono aspetti assai interessanti oggi, poiché viviamo in un’epoca intrisa di “media-azione” (con rispetto ai mezzi attraverso cui le cose del mondo ci arrivano), che è penetrata in ogni ambito della vita quotidiana, dell’esperienza, dell’immaginazione e del racconto. Secondo processi e livelli diversi che passano dal discorso artistico alla pratica politica, si va dall’artista che media la realtà attraverso l’opera, al curatore che ha la funzione di mediatore con le istituzioni, alle persone intese come medium e materiale artistico fondamentale nei lavori partecipativi (C. Bishop, Inferni Artificiali, 2012), alla mostra che è dispositivo di mediazione per il pubblico, al dipartimento educativo del museo che ha il compito di mediare con comunità specifiche, al museo stesso che ri-media i propri contenuti in forma digitale, fino ad arrivare in un senso più ampio al ruolo sostanziale di mediazione svolto dalla politica che va “oltre” la protesta, facendola “agire” in concreto attraverso la ri-creazione di ponti e relazioni tra le parti in gioco.

Nel 1954 Marshall McLuhan sosteneva che un medium è un ambiente e non un canale comunicativo neutro: “gli effetti dei mass media sono dei nuovi ambienti, per la maggior parte subliminali, e tanto impercettibili quanto lo è l’acqua per i pesci” (Counterblast). Trentacinque anni dopo Bolter e Grusin, riprendendo una famosa riflessione del sociologo canadese: “il contenuto di un medium è sempre un altro medium” e applicandola ai media digitali, coniano il neologismo “rimediazione” inteso come appropriazione di tecniche, forme e significati sociali da parte di un medium nuovo rispetto a quello precedente “al fine di competere con quest’ultimo o di rimodellarlo nel nome del reale” (Remediation: Understanding New Media, 1999). Tale integrazione tra medium vecchio e nuovo determina un ribaltamento del concetto di “medio / mediocre”: per esempio, nel caso della rimediazione digitale implica un’alterazione che non è una riduzione ma piuttosto un potenziamento della comunicazione, della relazionalità, delle connessioni della nostra società. I media sono quindi strumenti di trasformazione dei territori su cui intervengono e che ri-territorializzano nella forma di habitat comunicativi espansi a livello spazio-temporale.

Ne L’invenzione del quotidiano (1990) Michel De Certeau evoca un’immagine estremamente concreta: nella Grecia di oggi i trasporti pubblici si chiamano metaphorái. Per muoversi nella città di Atene, per tornare a casa si prende una “metafora”, ovvero un autobus o un treno. Letteralmente, essa è un “medium” che trasporta in un altro luogo. Tenendo ben stretti i dispositivi poetico, artistico, mediale e politico, si ha a che fare con un’operazione di mediazione che assomiglia alla traduzione, nel senso proprio di trasferimento, di spostamento di senso da una parte a un’altra, mescolando la dimensione spaziale (con flussi in entrata e in uscita da quella fisica a quella elettronica senza soluzione di continuità) con un’azione performativa, da agire con il corpo in un campo comune di produzione, assemblaggio e comunicazione di parole, immagini, forme, tempi, cose e mondi. (J. Rancière)

È possibile immaginare una società senza mediazioni? Quali attori e quali organizzazioni svolgono il ruolo di “buoni” mediatori tra politica, economia e cultura oggi?

Cecilia Guida, direttrice e curatrice



I mentori e gli ospiti per il 2017 sono (in ordine di apparizione):
Etcetera (Loreto Soledad Garin Guzman e Federico Zukerfeld) con Franco “Bifo” Berardi; Ayreen Anastas e Rene Gabri con Carla Bottiglieri; Riccardo Fassone e Juan Esteban Sandoval (el puente_lab) con Gabriele Ferri; Diego del Pozo Barriuso con Julia Morandeira Arrizabalaga; Andrea Caretto | Raffaella Spagna; Gianluca e Massimiliano De Serio con Luigi Fassi; Attila Faravelli ed Enrico Malatesta con Adam Asnan; Aria Spinelli per il progetto europeo "Trauma & Revival"; Adrian Paci con Leonardo Caffo e Zef Paci; Assemble (John Bingham-Hall e Amica Dall) con Efrosini Protopapa; Rick Lowe con Elpida Rikou.


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